Taranto da’, i Ladisa incassano. Con la ristorazione. Con i servizi resi per i Giochi del Mediterraneo. Con gli abbonamenti all’Edicola. Con lo stadio che vorrebbero per gli anni a venire, pena il disimpegno dal pallone a tinte rossoblu. Storia di un rapporto sbilanciato tra la città e gli imprenditori baresi
Do ut des: per ora Taranto dà, i Ladisa incassano. A un anno dall’arrivo dei fratelli Ladisa, il bilancio del loro rapporto con Taranto sembra avere una singolare caratteristica: le promesse sono tante, i risultati pochi, mentre i primi ritorni economici dal territorio sono già arrivati.
Era arrivata la proprietà forte, quella dei grandi numeri, della solidità economica, del progetto, della programmazione. L’obiettivo dichiarato era uno solo: riportare rapidamente il Taranto dove merita. Un anno dopo, il Taranto è ancora in Eccellenza.
Falliti tutti gli obiettivi: campionato, Coppa Italia e playoff nazionali. E non è soltanto il risultato agonistico a lasciare perplessi. Anche programmazione, struttura societaria, crescita sportiva e costruzione della squadra hanno mostrato limiti evidenti. Insomma, la forza economica tanto esibita non si è ancora trasformata in forza calcistica.
Adesso, però, è già cominciata la nuova stagione. E con essa sono tornati i proclami. Il ritorno allo Iacovone sembra quasi accompagnato dalla certezza che il prossimo campionato sia già stato vinto. Ma il calcio ha una cattiva abitudine: pretende che le vittorie vengano conquistate sul campo.
Il primo “ritorno”. Nel frattempo, però, qualcosa è già tornato ai Ladisa. La campagna abbonamenti dello stadio è stata costruita insieme all’abbonamento digitale a L’Edicola, testata riconducibile al gruppo proprietario del Taranto. E qui non ci sono supposizioni. Gli abbonamenti sottoscritti sono 2.000, ufficialmente, sino ad oggi, e il relativo denaro è già nella disponibilità. Su un abbonamento da 130 euro, 110 euro vanno al Taranto e 20 euro al giornale. La stessa proporzione viene poi applicata agli altri settori. Tradotto: il tifoso che acquista il proprio posto allo stadio acquista obbligatoriamente anche un prodotto editoriale della proprietà. Che produce contributi dello Stato all’editoria privata! È una trovata commerciale intelligente? Certamente. Ma proprio per questo va chiamata con il suo nome.
È’ un ritorno economico già realizzato. E 2.000 abbonamenti significano già una somma tutt’altro che trascurabile che, oltre alla quota destinata al calcio, alimenta direttamente anche l’altra attività imprenditoriale della famiglia. Il do ut des, dunque, comincia in modo curioso. Taranto dà. I Ladisa incassano.
Poi ci sono i Giochi. E mentre il Taranto deve ancora conquistare la promozione promessa, il gruppo Ladisa è protagonista anche nella ristorazione legata ai Giochi del Mediterraneo. Anche qui il territorio rappresenta un mercato, un’occasione, un’importante commessa. Ma proprio qui stanno emergendo le prime contestazioni: code interminabili, prezzi poco graditi, servizi giudicati modesti e, soprattutto, segnalazioni sulla qualità e sulla quantità dei pasti destinati alle delegazioni. Una questione arrivata anche sul terreno politico con le dichiarazioni del consigliere regionale Tommaso Scatigna. Le fotografie dei pasti serviti, poi, sono lì. Non fanno propaganda e non fanno comunicati. Mostrano.
E allora la domanda diventa inevitabile: mentre Taranto offre occasioni commerciali importanti, cosa sta tornando al territorio? Perché per il momento il ritorno più evidente è quello sportivo: Eccellenza.
Il conto non torna. Questo è il punto che qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare. Nessuno contesta ai Ladisa il diritto di fare impresa. Nessuno contesta la loro forza economica. Nessuno pretende che un campionato venga vinto per decreto.
Ma se la forza economica viene utilizzata come principale garanzia del progetto, allora è legittimo chiedere conto dei risultati. E soprattutto è legittimo domandarsi se il rapporto con Taranto sia davvero un do ut des oppure se, almeno per ora, sia piuttosto un do ut des sbilanciato.
Da una parte c’è una città che mette a disposizione pubblico, stadio, visibilità, mercato e occasioni imprenditoriali. Dall’altra c’è una società che, dopo un anno, deve ancora consegnare il risultato principale promesso: la crescita del Taranto. Perché il territorio non vive di forza economica dichiarata. Vive di occupazione, investimenti, strutture, risultati, ricadute e sviluppo.
E poi c’è lo Iacovone. Qui il linguaggio deve essere ancora più chiaro. La posizione dei Ladisa è, in sostanza: “O ci date lo Iacovone, con la cittadella dello sport, oppure ce ne andiamo”. Questo non è più un auspicio. Non è una semplice richiesta. È un aut-aut.
Una minaccia, bella e buona, nei confronti della città. Ed è proprio qui che il do ut des dovrebbe trovare il suo equilibrio. Perché lo Iacovone non è un giocattolo della proprietà. È patrimonio della città. E una cittadella dello sport non si costruisce con le dichiarazioni, ma con progetti, capitali, autorizzazioni, cantieri e opere realizzate. Perciò aspettiamo. Settembre è vicino. Il campionato comincia. E questa volta non basterà raccontare quanto è forte economicamente la famiglia Ladisa.
Dovrà essere forte il Taranto. Perché dopo un anno nel quale Taranto ha dato molto e i Ladisa hanno promesso molto, è arrivato il momento di vedere finalmente qualcosa di concreto dall’altra parte.
Finora il bilancio è impietoso: Taranto ha dato. I Ladisa hanno promesso. E, nel frattempo, hanno già incassato. Adesso tocca a loro dare.E senza altri proclami.


