Meno proclami e più fatti. Da parte di tutti. Della società. Dello staff tecnico. Dell’ambiente in senso lato. I campionati si vincono sul campo, no con le parole
Taranto, basta proclami: il campionato non si ammazza a parole. Il pallone ha già cominciato a presentare il conto. Non è il pareggio dell’esordio, da solo, a dover preoccupare il Taranto. È il modo in cui è arrivato. È ciò che la prima partita ha raccontato dietro il risultato. Perché una cosa è inciampare alla prima giornata, un’altra è scoprire che quella squadra presentata come una corazzata ha già qualche bullone da stringere.
Il problema, allora, non è il risultato modesto. È la distanza tra ciò che è stato raccontato in estate e ciò che si è visto in campo. I fratelli Ladisa, la proprietà e tutto il contorno dirigenziale hanno accompagnato la costruzione della squadra con dichiarazioni trionfalistiche. Un campionato da “uccidere”, una campagna di rafforzamento faraonica, soldi spesi senza badare a spese. Il messaggio era chiarissimo: il Taranto avrebbe dovuto fare corsa a sé. Peccato che i campionati non si vincano con i proclami.E nemmeno con i curriculum.
Il Taranto delle “figurine”. La prima sensazione è che il direttore sportivo abbia guardato troppo al nome e troppo poco al rendimento attuale. Il Taranto ha costruito una squadra esperta, forse fin troppo esperta, ricorrendo in larga parte a giocatori scesi di categoria. Calciatori con curriculum importanti, certo, ma non necessariamente con il passo, la condizione e le caratteristiche ideali per un’Eccellenza che richiede ritmo, intensità e continuità.
Le abbiamo chiamate “figurine”. E il termine, oggi, non sembra poi così fuori luogo. Perché una cosa è acquistare un giocatore importante. Un’altra è mettere insieme tanti giocatori importanti e pensare che automaticamente ne venga fuori una squadra importante. In un campionato come quello pugliese, peraltro, non serviva necessariamente andare a cercare altrove il meglio. I migliori interpreti della categoria sono conosciuti, osservabili, misurabili. Si conosce chi corre, chi segna, chi regge i novanta minuti, chi fa la differenza partita dopo partita. A Taranto si è preferito spesso il nome al rendimento.
Una scelta legittima, ma rischiosa. Il campo, infatti, non premia ciò che un calciatore ha fatto due o tre anni fa. Premia ciò che fa oggi. E il campo, alla prima occasione, ha già sollevato qualche dubbio.
Tanti giocatori, poche certezze. La rosa supera abbondantemente le 26 unità. Numeri importanti, soprattutto per la categoria. Ma abbondanza non significa completezza. Ci sono ruoli nei quali si intravedono doppioni e altri nei quali le alternative non sembrano altrettanto convincenti. Una costruzione che rischia di produrre un paradosso: tanti giocatori, tanti nomi, ma non necessariamente tutte le caratteristiche necessarie per dare equilibrio alla squadra.
E poi c’è lo spogliatoio. Perché quando metti insieme personalità, carriere e individualità così marcate, la gestione diventa persino più importante della qualità tecnica. Chi comanda? Chi è titolare? Chi accetta la panchina? Chi guida il gruppo? Chi porta la fascia? Domande che sembrano ancora aperte, compresa quella del capitano. Non esattamente il miglior segnale per una squadra che dovrebbe avere idee chiarissime.
Giuliatto, una scommessa dentro una corazzata. E qui arriva la scelta forse più delicata: quella dell’allenatore. Giuliatto è un tecnico agli inizi. Una scommessa. Ma era davvero necessario affidare una rosa presentata come tecnicamente e patrimonialmente di primissima fascia a un allenatore che deve ancora costruirsi una carriera? Perché allenare una squadra giovane è una cosa. Gestire uno spogliatoio pieno di giocatori esperti, alcuni con curriculum superiori alla categoria, è un’altra. Il tecnico deve avere autorevolezza, idee, gerarchie e soprattutto la forza di far capire che nessuno gioca per il proprio curriculum.
L’esordio non ha dato, sotto questo aspetto, grandi certezze. La scelta di mandare in campo dal primo minuto Saraniti, arrivato all’ultimo momento e con pochissimo allenamento insieme ai nuovi compagni, è apparsa emblematica. Non si discute il valore del calciatore. Si discute l’opportunità di inserirlo subito, sacrificando proprio alla prima gara parte del lavoro preparato durante il precampionato. Una decisione che lascia qualche interrogativo sulla linearità delle scelte tecniche.
E anche nel dopo-partita, sulle questioni legate a concentrazione e motivazioni, Giuliatto non è apparso particolarmente lucido. Troppo presto per parlare di bocciatura. Non troppo presto, invece, per parlare di una scommessa.
Il campo ha mostrato le prime crepe. Contro quella che avrebbe dovuto essere la giovane cenerentola del torneo, il Taranto ha mostrato parecchi limiti. Costruzione lenta. Poca fantasia collettiva. Manovra prevedibile. Concentrazione intermittente. Tenuta atletica tutt’altro che brillante.
Tanti giocatori abituati a categorie superiori, ma una squadra che per larghi tratti non è sembrata superiore all’avversario quanto ci si sarebbe aspettato. È sembrato che i singoli si specchiassero troppo nella propria esperienza. Ed è proprio questo il pericolo. Pensare che il nome basti. Pensare che la categoria inferiore debba automaticamente rispettare il Taranto. Pensare che la partita sia già vinta perché dall’altra parte ci sono meno curriculum. Questo è il peccato originale che va cancellato immediatamente.
L’ultima esperienza non ha insegnato abbastanza? La sensazione è che la dirigenza, nel suo complesso, non abbia fatto tesoro delle delusioni dell’ultimo torneo. Anche allora le aspettative erano alte. Anche allora le parole avevano preceduto i fatti. Eppure il calcio dovrebbe insegnare soprattutto una cosa: non esiste una vittoria acquisita prima di giocare.
Il Taranto, invece, sembra essere ripartito con la stessa presunzione di superiorità. Solo che il campionato non guarda il bilancio, il mercato, il curriculum o le dichiarazioni della proprietà. Guarda la classifica. E quella, oggi, dice che il Taranto, tra il pareggio contro il Cosmano e la penalizzazione, è già a quattro punti dalle prime. Siamo alla prima giornata, certamente. Ma proprio per questo non c’è alcuna ragione per nascondere i problemi.
Canosa, Trani e Squinzano hanno risposto sul campo. Intanto gli altri parlano con i gol. Canosa, Trani e Squinzano hanno già lanciato i loro squilli. Non a parole, ma con vittorie e prestazioni. È il modo corretto di presentarsi a un campionato. Perché l’Eccellenza pugliese non sarà una passeggiata e le pretendenti alla vittoria non hanno alcuna intenzione di fare da comparse.
Il Taranto dovrà presto dimostrare di essere davvero la squadra che la proprietà ha descritto. Non quella immaginata in estate. Quella che si vede sul terreno di gioco.
Spinazzola non sarà il vero esame. Giovedì si va a Spinazzola. Una partita, sulla carta, abbordabile, contro una squadra che all’esordio ha incassato sei gol segnandone uno. Vincere dovrebbe essere quasi un obbligo. Ma proprio per questo non sarà una prova decisiva. Un successo servirebbe soprattutto a rimettere in carreggiata classifica e morale. Non cancellerebbe automaticamente i dubbi emersi all’esordio.
Il vero Taranto si vedrà contro le squadre organizzate, intense, ambiziose. Contro quelle che non si faranno impressionare dal nome e che costringeranno i rossoblù a giocare davvero. Lì capiremo se la squadra ha un’anima oppure soltanto un curriculum.
E adesso circolano già i nomi. Il paradosso è che, mentre il campionato è appena iniziato, cominciano già a circolare i nomi dei possibili sostituti di Giuliatto. Ciullo e Ciro Danucci sono quelli che vengono accostati alla panchina rossoblù. Non sappiamo se siano soltanto voci o se ci sia qualcosa di concreto. Ma una cosa è certa: le dichiarazioni roboanti della vigilia hanno prodotto aspettative tali che anche un primo pareggio rischia di diventare immediatamente un caso.
È il prezzo dei proclami. Se dici che devi “uccidere” il campionato, ogni pareggio diventa una crisi. Se dici che hai costruito una squadra forte e competitiva, nessuno ti concederà settimane di apprendistato. E allora forse sarebbe il caso di abbassare i toni.
Piedi per terra. Il Taranto ha tempo. Una giornata non può emettere sentenze definitive. Ma una giornata può lanciare segnali. E quelli arrivati dall’esordio non sono tutti rassicuranti. Società, direttore sportivo, allenatore e calciatori devono adesso dimostrare di avere qualcosa che in estate è sembrato mancare: umiltà. Rispetto per gli avversari. Rispetto per il campionato. Rispetto per il lavoro. E rispetto, soprattutto, per il campo.
Perché non bastano 26 giocatori. Non bastano i nomi. Non bastano i soldi. Non basta essere scesi dalla Serie C o dalla Serie D. Non basta raccontare di avere la rosa più forte. Bisogna esserlo. E bisogna dimostrarlo ogni domenica. Il campionato non si ammazza in estate. Si costruisce partita dopo partita. Si vince correndo più degli altri, pensando più degli altri, soffrendo più degli altri. Si vince quando le individualità diventano squadra, quando lo spogliatoio trova gerarchie condivise e quando anche il giocatore più importante accetta di essere sostituito.
Soprattutto, si vince quando l’arbitro, a tempo scaduto, fischia tre volte. Fino a quel momento, per il Taranto, sarebbe consigliabile una cosa molto semplice: meno proclami, più calcio. E soprattutto, piedi ben saldi per terra.


