di Stefano Cervellera
Una citta’ al bivio: crisi, transizione e il paragone con Genova che non regge
Era gennaio del 2022, quando il prof. Marcos Orellana, Relatore Speciale ONU su sostanze tossiche e diritti umani, ispezionava Taranto ed audiva associazioni, esperti e ricercatori che avevano studiato. Fummo auditi io, Prisco Piscitelli e Valerio Gennaro (via teams), esperto epidemiologo, già perito della procura di Genova nel processo di chiusura dell’area, a presentare l’ultimo ns lavoro, aggiornato al 2020 sugli eccessi di mortalità, dove abbiamo “certificato” con significatività statistica oltre 1000 decessi in più nella popolazione dei quartieri più vicini all’area industriale.

L’inclusione dell’area di Taranto tra le zone di sacrificio nel caso di Taranto fa essenzialmente riferimento all’inquinamento causato dal grande stabilimento siderurgico dell’ex ILVA e da altre industrie.
Oggi lo spettro di Genova Cornigliano aleggia sull’ex Ilva di Taranto. Come avvenne nel 1999 per il capoluogo ligure, dove un drammatico eccesso di mortalità costrinse lo Stato a imporre lo stop alla produzione a caldo, l’ipotesi di spegnimento degli altiforni del più grande polo siderurgico d’Europa si fa strada sotto il peso insopportabile dell’emergenza sanitaria e ambientale. Un provvedimento che, se da un lato risponde all’allarme di una città segnata da tassi record di malattie professionali, dall’altro innesca una “bomba sociale” senza precedenti per l’occupazione dell’intero Mezzogiorno.
Dalle “Cattedrali nel Deserto” alla Crisi Sistemic
L’industrializzazione di Taranto, avviata negli anni ’50 con la politica dei poli di sviluppo (le cosiddette Aree di Sviluppo Industriale – ASI), ha trasformato la città in una vera e propria “cattedrale nel deserto”. L’obiettivo teorico di innescare una crescita diffusa e far fiorire un fitto tessuto di Piccole e Medie Imprese (PMI) ha fallito: la fabbrica è rimasta isolata dalle economie tradizionali del territorio.
Il picco storico, toccato nel 1991 con un tasso di industrializzazione cittadino del 14,41%, si è progressivamente sgretolato. Oggi, la monocultura dell’acciaio sconta non solo l’obsolescenza degli impianti, ma l’incapacità genetica di generare un indotto ad alto valore aggiunto, relegando le aziende locali a meri fornitori di servizi strettamente dipendenti dalle commesse del siderurgico.
L’Impatto Economico: I Numeri della Bomba Sociale
Il blocco dell’area a caldo espone al rischio licenziamento non solo migliaia di dipendenti diretti, ma intere filiere dell’appalto. Tuttavia, la chiusura impone un’analisi lucida dell’attuale tessuto produttivo tarantino. Chi pagherà il prezzo più alto?
I dati aggiornati dei bilanci aziendali e del registro imprese al 31.12.2025 offrono una fotografia perentoria: il terziario ha ormai soppiantato l’industria pesante. Il settore dei servizi e del commercio assorbe oggi oltre il 65% del valore aggiunto e dell’occupazione complessiva locale.

Questi dati mostrano una fotografia impietosa e per certi versi sorprendente dell’economia tarantina al 2025. Il dato più rilevante che emerge non è solo lo spostamento dell’asse occupazionale dall’industria ai servizi, ma la profonda asimmetria nella produttività e nella redditività dei diversi settori.
- Il Commercio all’Ingrosso, la vera locomotiva silenziosa: Sebbene sia solo il quarto bacino occupazionale della provincia (circa 5.600-5.800 addetti), è l’assoluto dominatore in termini di produttività e salute finanziaria. Genera quasi 2,34 miliardi di euro di ricavi (circa 415.000 euro di fatturato per addetto) ed è l’unico macro-settore commerciale strutturalmente in attivo (+47,5 milioni di euro).
- Il Commercio al Dettaglio e la Ristorazione, il polmone precario: Insieme assorbono oltre 16.000 lavoratori. Il retail muove volumi enormi (1,8 miliardi), ma i margini sono completamente erosi dai costi operativi (chiusura a -7,1 milioni di euro). Il dramma vero è nella ristorazione, che ha la produttività più bassa in assoluto (appena 41.000 euro per addetto) e le perdite peggiori (-10,7 milioni di euro), evidenziando un comparto stagionale e frammentato.
- La Metallurgia, il colosso in agonia: L’indotto industriale mostra i sintomi della crisi ex Ilva. Pur garantendo forte occupazione, i margini sono drammaticamente negativi (le S.R.L. locali perdono 7,5 milioni). È l’immagine di una filiera che lavora “a vuoto”, schiacciata da insoluti e rincari.
- Le Costruzioni Specializzate, l’ancora di salvezza: Con circa 5.400 addetti e 504 milioni di ricavi, generano il secondo utile netto più alto della provincia (+23,9 milioni di euro), spinti probabilmente dagli investimenti per i Giochi del Mediterraneo 2026 e dalle bonifiche.
Il “Paradosso della Produttività” e il Rischio Contagio
L’economia di Taranto si regge oggi su un vero e proprio paradosso della produttività: i settori che garantiscono la maggiore occupazione sono quelli in netta perdita finanziaria e fungono da ammortizzatori sociali fragilissimi. Parallelamente, il settore storico (la metallurgia) distrugge valore.
Il rischio concreto di una chiusura improvvisa dell’area a caldo senza paracaduti sociali è quello di un “effetto contagio”. Il crollo dei redditi delle migliaia di famiglie legate alla grande fabbrica si tradurrebbe in un collasso immediato dei consumi interni, colpendo a morte proprio il commercio al dettaglio e i servizi, settori che già operano con margini ridottissimi o in perdita e che non avrebbero alcuna resilienza per assorbire lo shock.
L’ aggravante del disagio socio-economico
Fissando a 100 la media del disagio cittadino, l’analisi per quartieri restituisce una mappa polarizzata dove le aree più fragili coincidono drammaticamente proprio con le zone a più alta vocazione e prossimità operaia. Il quartiere Tamburi-Lido Azzurro registra l’IDISE più alto della città (106,7), accompagnato da Città Vecchia-Borgo (103,4) e Paolo VI (102,4). Scendendo nel dettaglio micro-territoriale, esistono Aree di Disagio Urbano (ADU) dove l’indice schizza a picchi di 115,5, evidenziando sacche di povertà acuta, bassissima intensità lavorativa familiare, abbandono scolastico e un’alta incidenza di giovani NEET (che a livello cittadino raggiungono il 38,3%).
L’impatto di un ridimensionamento drastico dell’acciaieria andrebbe quindi a colpire fasce di popolazione che non dispongono di reti di salvataggio. In quartieri dove l’occupazione precaria o l’inattività cronica sono già prevalenti, il venir meno del reddito industriale diretto o indiretto rischia di trasformare il disagio in vera e propria emergenza sociale e marginalità estrema.
Conclusioni
Se il precedente di Cornigliano insegna che la tutela della salute pubblica e la chiusura delle fonti inquinanti sono passi civili ineludibili, il caso Taranto presenta volumi e ramificazioni economiche decisamente più complesse. La transizione non può essere gestita unicamente come una vertenza sindacale per l’industria pesante. Richiede un piano di riqualificazione strutturale che protegga l’intera rete terziaria e commerciale della provincia e che intervenga chirurgicamente sulle ferite sociali evidenziate dagli indici di deprivazione, per evitare che la fine dell’era dell’acciaio coincida con il collasso definitivo di una comunità già provata.


