di Rosa Elenia Stravato
Dalla biografia martiriale alla grammatica del sacro, il rito dell’ampolla tra protezione civica, sostanza fisica e identità comunitaria partenopea
Nell’affollato scenario delle manifestazioni religiose del bacino mediterraneo, il culto di San Gennaro a Napoli rappresenta uno dei casi più complessi e affascinanti di compenetrazione tra dimensione sacra, identità civica e struttura antropologica. Ben distante dal ridursi a una semplice ricorrenza folkloristica o a una mera manifestazione di pietà popolare, la liquefazione del sangue del martire costituisce un dispositivo simbolico attorno al quale, da secoli, la città di Napoli negozia la propria coesione sociale, la propria memoria storica e il proprio rapporto con l’invisibile. Il rito, che trova la sua acme annuale nella data del 19 settembre, si configura come una performance liturgica e comunitaria in cui la materia sanguigna diviene soglia viva tra la vita e la morte, la grazia e la catastrofe, il passato tardo-antico e il presente della metropoli.
Le coordinate storiche relative a Januarius conducono al contesto delle persecuzioni anti-cristiane promosse dall’imperatore Diocleziano all’inizio del IV secolo d.C. Secondo la tradizione agiografica e le fonti storiche consolitate – tra cui le Acta Bononiensia e le Acta Vaticana – Gennaro era vescovo di Benevento. Recatosi a Pozzuoli per fare visita ai fedeli e sostenere il diacono Sossio imprigionato, fu arrestato a sua volta unitamente ad altri compagni di fede, tra cui i diaconi Festo e Desiderio. Dopo essere sopravvissuto all’esposizione alle fiere nell’anfiteatro Flavio di Pozzuoli – episodio che la traduzione agiografica attribuisce al placarsi delle belve di fronte alla benedizione del presule – Gennaro venne decapitato presso la Solfatara nel 305 d.C. È in questa congiuntura che la memoria devozionale si salda con la materia liquida: una donna di nome Eusebia avrebbe raccolto parte del sangue versato dal martire subito dopo l’esecuzione, conservandolo in due piccole ampolle di vetro, secondo un’usanza diffusa tra i primi cristiani volta a preservare le reliquie del martyrium. Le spoglie del santo vissero nei secoli successivi una complessa serie di traslazioni – dalle catacombe di Capodimonte al santuario di Montevergine, fino al definitivo e solenne ritorno a Napoli nel 1497 – che consolidarono progressivamente la centralità del martire nell’orizzonto difensivo e protettivo della città.
Il 19 settembre ricorre la memoria liturgica del martirio e costituisce la data principale in cui si attende il fenomeno della liquefazione, evento che si ripete tradizionalmente anche il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre. Il teatro di questo rito è il Duomo di Napoli, e più nello specifico la Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, istituzione laica nata per voto della città nel 1527 e tuttora gestita dalla Deputazione, organo rappresentativo dei sedili storici di Napoli e della cittadinanza. La sequenza rituale risponde a un protocollo solenne e rigoroso: in primis l’apertura della cassaforte a cura dell’’Arcivescovo di Napoli e il Sindaco che utilizzano chiavi distinte per accedere al reliquiario custode della teca. Segue l’ostensione e la teca d’argento e cristallo, contenente le due ampolle – una riempita per due terzi e l’altra contenente solo pochi grumi essiccati –, viene mostrata al popolo radunato nella navata e al gruppo delle cosiddette “parenti di San Gennaro”, donne che occupano i primi banchi e intonano antiche giaculatorie in dialetto partenopeo. Attraverso una deliberata e ritmica oscillazione della teca da parte dell’officiante, si osserva lo stato fisico del contenuto. Quando la massa scura e solida si scioglie riacquistando la fluidità e il colore rosso vivo, lo sventolio di un fazzoletto bianco dall’altare annuncia il compimento del “miracolo”.
La mancata o ritardata liquefazione non viene interpretata dalla comunità come un semplice fallimento rituale, bensì come un presagio infausto, una sospensione della protezione del patrono rispetto a possibili sciagure ambientali, epidemie o sconvolgimenti politici. L’analisi antropologica del culto gennariano rivela una struttura profonda che va ben oltre la dicotomia razionale tra fede e scetticismo scientifico. Studiosi come Ernesto de Martino e, più recentemente, antropologi della religione e storici delle mentalità hanno evidenziato come il prodigio di San Gennaro funzioni come un vero e proprio “regolatore dell’angoscia territoriale”. Il sangue, nella teoria dei fluidi sacri, è l’elemento vitalistico per eccellenza. Nel caso partenopeo, la mutazione dello stato della materia – da solida a liquida – simboleggia la perenne rinascita della città e la reversibilità della morte. Napoli, geograficamente edificata ai piedi di un vulcano attivo e sismicamente fragile, proietta nell’ampolla la propria instabilità ontologica. Il sangue che si scioglie garantisce che la terra non tremerà, che la lava si fermerà e che l’ordine cosmico resterà in equilibrio. A differenza di altri contesti devozionali in cui il fedele si pone in un atteggiamento di mera sottomissione verso la divinità, il rapporto dei napoletani con San Gennaro è di natura contrattuale e quasi paritaria. L’invocazione delle “parenti”, con il loro tono confidenziale, incalzante e talvolta perentorio, riflette la pretesa di un adempimento: la città ha tributato onori, edificato la cappella e conservato il Tesoro; il Santo è dunque “tenuto” a rispondere sciogliendo il sangue. San Gennaro non è un patrono distante, ma un concittadino d’eccezione, il vero garante politico ed ecologico della comunità.
Un elemento antropologico e sociologico di primaria importanza è la gestione laica del Tesoro di San Gennaro. La Deputazione, nata per affrancarsi dalle ingerenze sia del potere vescovile che di quello vicereale spagnolo, testimonia come il culto sia un fatto di sovranità popolare. Il Tesoro – una delle collezioni gemmarie più ricche al mondo – non appartiene alla Chiesa, ma al popolo di Napoli. Questo dettaglio evidenzia come San Gennaro rappresenti la sintesi suprema dell’identità civile partenopea, superando le divisioni di classe e ricompattando la stratificazione sociale attorno a un unico simbolo identitario.
Il prodigio del 19 settembre non può essere liquidato come una semplice eredità del passato; esso si conferma, nell’era contemporanea, un dispositivo di resistenza culturale: in un mondo desacralizzato e iper-tecnologico, la comunità napoletana continua a radunarsi attorno a un’ampolla di vetro per leggere, nella fluidità di un grumo di sangue, la conferma della propria sopravvivenza e della propria imperitura bellezza.


