Nel testo dell’atto difensivo, i legali contestano l’impostazione delle aziende e ribadiscono la correttezza del blocco dell’area a caldo deciso dai giudici milanesi
“La prosecuzione dell’attività, nel ricostruito contesto giuridico e fattuale, espone a pericolo la popolazione tarantina, ledendone il diritto alla salute e all’ambiente salubre, di rango costituzionale preminente, prevalente sull’esigenza della produzione e dell’occupazione”. Nel testo dell’atto difensivo, i legali contestano l’impostazione delle aziende e ribadiscono la correttezza del blocco dell’area a caldo deciso dai giudici milanesi.
Il controricorso si oppone ai 14 motivi sollevati da Ilva in As (mentre quello di Adi in As ne aveva 11). “L’esigenza del Paese di non dipendere da economie terze – è detto nel documento – non può avere, per la sua importanza, ‘licenza di uccidere’, cioè di mietere vittime nella popolazione a causa delle emissioni tossiche, senza alcuna preoccupazione per la salute della popolazione tarantina, gravemente compromessa”.
Con riferimento alla presenza dell’amianto residuo negli impianti e del recente incidente a un cowper dell’Altoforno 1, i controricorrenti evidenziano che “il rischio è tutt’altro che presunto e lo dimostra l’incidente rilevante del 7 maggio 2025 quando è esplosa una tubiera coibentata in amianto con diffuse emissioni di materiale incandescente, polveri e gas”, aggiungendo che “l’amianto non è stato rimosso, è presente in strutture usurate, soggette a vibrazioni e dilatazioni termiche e, quindi, rappresenta un grave pericolo per la salute. (Fonte Ansa Puglia)



