“Dismettere le magliette dei tifosi” è l’appello della deputata dem. Ma dietro la richiesta di unità restano le contraddizioni di un partito che ripropone vecchie ricette industriali e ritrova tra i suoi protagonisti gli stessi esponenti politici che hanno contribuito all’attuale crisi dell’ex Ilva
Il Partito Democratico tenta la strada assolutoria o, per lo meno, ecumenica in direzione dell’ex Ilva. Basta con gli errori del passato, si guarda al presente e al futuro. Una dichiarazione d’intenti espressa chiaramente dalla deputata del Pd Francesca Viggiano, che in un post qualche giorno fa, sui suoi canali social, invitava a dismettere “le magliette dei tifosi“, a mettere da parte le polemiche sulle responsabilità pregresse e a “lavorare per tenere unita Taranto“. Perché “la salute, l’ambiente e il lavoro non sono diritti negoziabili”. L’appello arriva in una giornata in cui la crisi dell’ex Ilva è tornata in piazza.
Il partito che invita a superare le contrapposizioni torna a indicare una serie di obiettivi industriali sui quali resta da chiarire come intenda realizzarli, con quali risorse e attraverso quale modello di gestione. La questione non riguarda soltanto la credibilità delle proposte attuali, ma attiene soprattutto le scelte compiute negli anni in cui il centrosinistra ha avuto responsabilità di governo. Rispetto alle quali non possiamo prescindere per una serie di ragioni.
L’auspicio della deputata infatti, non corrisponde, nei fatti, a una reale discontinuità delle politiche proposte. Il rischio è che diventi una scorciatoia per sottrarre al giudizio politico scelte che ad oggi, necessitano di un vaglio. Il passato non si cambia, come scrive Viggiano, ma leggerlo con la lente del presente ci occorre per riconoscere errori che rischiano di ripetersi.
Cosa propone il Partito democratico per lo stabilimento di Taranto? In sostanza un intervento temporaneo dello Stato, con l’eventuale acquisizione degli impianti in caso di fallimento della procedura di vendita e la successiva cessione ai privati entro cinque anni. La proposta, contenuta nel recente emendamento presentato al Senato e dichiarato improcedibile, (a firma tra gli altri di Susanna Camusso ex segretaria generale Cgil).
Ma non si tratta di una nuova risposta a un vecchio problema, ma di schemi noti. Il pubblico interviene per gestire la crisi, si assume i rischi più pesanti e poi affida nuovamente al mercato il compito di garantire il futuro industriale dello stabilimento. Non sussistono per ora garanzie che ci assicurerebbero di non trovarci ancora una volta con impianti in crisi, occupazione incerta e una città in attesa.
Il Pd, si sa, non è estraneo alla storia che ha condotto Taranto alla situazione attuale. Il decreto-legge 61 del 4 giugno 2013, adottato durante il governo Letta, introdusse strumenti straordinari per affrontare la crisi ambientale e industriale dell’Ilva, prevedendo il commissariamento straordinario dell’azienda. Un periodo storico nel quale l’attuale responsabile delle relazioni industriali del Partito Democratico, Andrea Orlando, era ministro dell’Ambiente.
Il suo ruolo merita di essere ricordato anche per il rapporto diretto che ebbe con il territorio tarantino. Orlando ospitò a Roma le associazioni e ascoltò le osservazioni sulle criticità ambientali dello stabilimento. Quelle contestazioni riguardavano proprio le violazioni e le inadempienze che avrebbero dovuto trovare risposta nell’applicazione delle prescrizioni e nelle misure di tutela.
Quelle istanze, raccolte nel confronto con le associazioni ambientaliste, si trovarono poi a fare i conti, punto su punto, con un provvedimento emergenziale redatto per assicurare la continuità produttiva. Le esigenze ambientali rimasero a margine, mentre la soluzione industriale continuò a essere rinviata.
Orlando non fu l’unico responsabile di una decisione assunta collegialmente dal governo, ma di certo come ministro competente per l’Ambiente se ne assume la responsabilità in toto. Oggi, lo ribadiamo, come responsabile delle politiche industriali del Pd, è tra i firmatari di un comunicato congiunto che, proprio a margine delle proteste, reitera le medesime richieste. Allora ci chiediamo se si pretende cosi come paventato dalla deputata tarantina, che il passato resti nell’ombra e si discuta su un piano attuale, rinnovato e trasparente, come mai gli attori e gli schemi in seno al partito non sono diversi? Adesso come allora.
Ma riprendiamo le fila di una parziale biografia Pd- Ilva. Negli anni successivi si sono susseguiti commissariamenti, amministrazione straordinaria, cambi di gestione e tentativi di rilancio. Nel 2018 arrivò ArcelorMittal, con la promessa di garantire una prospettiva industriale allo stabilimento. Il risultato è sotto gli occhi della città. La crisi non è stata risolta e il futuro dell’acciaieria resta appeso a decisioni politiche, industriali e finanziarie ancora decisive.
Se il Pd ritiene necessario l’intervento diretto dello Stato, deve chiarire in che cosa la soluzione proposta oggi si distingua dal modello che ha caratterizzato le precedenti fasi della vicenda. Sussistono poi altri elementi.
Il confronto con le posizioni espresse in passato dal mondo siderurgico con il quale lo stesso Pd dialoga. Nel 2014 Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, contestò la sostenibilità economica del preridotto nell’ambito delle ipotesi industriali discusse per l’Ilva. Oggi questa tecnologia è tornata al centro delle prospettive di rilancio, in un progetto che contempla nuovi impianti e forni elettrici. Le condizioni industriali ed energetiche però sono mutate radicalmente.
Il partito chiede una decisione sui forni elettrici e sul DRI, ma il punto è capire se esista un progetto industriale in grado di tradurre questi obiettivi in una prospettiva produttiva davvero sostenibile. E farlo nell’interesse della città e non di privati.
Il futuro e la rinascita di Taranto sono nelle mani dello stabilimento? Altre realtà dipendono dalla sopravvivenza dell’acciaieria jonica? Non sembra esserci una verità in questo.
La sindaca di Genova Silvia Salis, ha infatti affermato in modo serafico, che “Genova può andare avanti anche senza Taranto“, nel contesto della richiesta di evitare che il blocco dell’area a caldo pugliese trascini con sé gli stabilimenti del Nord. Evidente come una esponente politica del centrosinistra si risolva su posizioni dissimili dal suo stesso schieramento.
In sintesi dunque se, il Partito Democratico aspira ad operazioni di greenwashing politico, dovrebbe affidarsi a nuovi protagonisti, invece di propinarci gli stessi responsabili del fallimento di certe politiche, e sostenere modelli differenti, dimostrando così, di perseguire politiche ambientali come priorità. Invece di intraprendere percorsi di capitalismo aggressivo, molto più simili alle attuali destre.
I territori non sono variabili indipendenti, nè si può chiedere a Taranto di accettare ancora ulteriori sacrifici, in nome di una strategicità pagata con ogni goccia di sangue. Nessuna resa dei conti permanente, ma di sicuro i conti ancora non tornano.


