La bocciatura del Comune alla proposta dei fratelli Ladisa. La decisione degli imprenditori baresi di mettere la società in regime di autogestione. Ufficializzando, di fatto, la loro uscita di scena. Quando la pubblica utilità diviene pubblica ottusità
Taranto, tra il Comune ed i Ladisa si apre una voragine. E adesso chi paga il conto? Dagli 82 milioni della cittadella dello sport agli ultimatum, passando per il progetto respinto dal Comune. Il rapporto tra la famiglia Ladisa, Palazzo di Città e la tifoseria rossoblù è arrivato a un passaggio decisivo. Ma il futuro del Taranto non può diventare ostaggio di una contrapposizione.
C’è un momento in cui le parole devono fare i conti con i fatti, le ambizioni con la realtà e le relazioni apparentemente solide mostrano tutte le loro crepe. Per il rapporto tra i fratelli Ladisa e il Comune di Taranto quel momento sembra essere arrivato.
La notizia della bocciatura della proposta di partenariato pubblico-privato per lo stadio Iacovone e altri impianti sportivi cittadini apre uno scenario tutt’altro che rassicurante. Le motivazioni ufficiali non sono ancora note e sarebbe prematuro attribuire alla decisione ragioni definitive. Ma una domanda è inevitabile: come si è arrivati a questo punto, dopo aver alimentato aspettative intorno a un investimento annunciato da ben 82 milioni di euro?
Dal plastico agli ultimatum
Bisogna tornare all’anno scorso, quando una conferenza stampa convocata per presentare la compagine societaria della S.S. Taranto calcio si trasformò, a sorpresa, nella presentazione del plastico di una cittadella dello sport da realizzare nei pressi dello Iacovone.
In sala erano presenti anche gli assessori Lonoce e Cataldino. Non si registrarono particolari commenti pubblici, ma l’impressione fu quella di un rapporto collaborativo tra la famiglia Ladisa e l’amministrazione comunale. Taranto sembrava poter guardare a una prospettiva importante, capace di andare oltre il calcio e coinvolgere il sistema degli impianti sportivi cittadini.
Un progetto ambizioso, certo. Ma tra un plastico e un’opera realizzata esiste una distanza che soltanto procedure, garanzie e valutazioni concrete possono colmare.
Le prime crepe emersero già durante la passata stagione. Alla vigilia dello spareggio playoff contro il Gladiator, la partita che avrebbe deciso la promozione in Serie D, il presidente Sebastiano Ladisa pronunciò parole inequivocabili: “Se non ci danno lo stadio ce ne andiamo”. Il riferimento era alla concessione in uso esclusivo dello Iacovone ristrutturato.
Il Gladiator vinse con un gol allo scadere, lasciando il Taranto nella delusione. Ma, al di là del risultato sportivo, quella dichiarazione aveva già portato alla luce un nodo destinato a ripresentarsi: il rapporto tra la proprietà rossoblù e il Comune, con lo stadio al centro della contesa.
È legittimo che un imprenditore chieda certezze per investire. È altrettanto legittimo, però, che un’amministrazione pretenda condizioni compatibili con le proprie responsabilità. Perché il Comune non è un interlocutore privato sul quale esercitare pressione: è chiamato a tutelare l’interesse di un’intera collettività.
Ottantadue milioni e il nodo della pubblica utilità
Negli ultimi mesi il progetto da 82 milioni di euro, comprendente lo Iacovone e altri impianti sportivi con una gestione esclusiva prevista per la famiglia proponente, è tornato ripetutamente alla ribalta. Ora è arrivata la bocciatura.
Tra le possibili ragioni del diniego è stata ventilata la questione della pubblica utilità. Se fosse confermata dalle motivazioni ufficiali, si aprirebbe una riflessione inevitabile: un investimento può essere economicamente rilevante senza essere, automaticamente, conveniente per la città.
Non basta annunciare una cifra importante. Occorre dimostrare quali benefici ne ricaverebbe la collettività, quali garanzie sarebbero previste e quale equilibrio verrebbe assicurato tra interessi privati e patrimonio pubblico.
Taranto ha bisogno di investimenti, di impianti adeguati e di prospettive. Ma proprio per questo ogni progetto deve essere valutato con rigore, senza lasciarsi condizionare dall’entusiasmo degli annunci o dalla pressione delle aspettative. Le motivazioni del Comune saranno decisive. Dovranno chiarire perché la proposta sia stata respinta e se esistano margini per una revisione. Fino ad allora, ogni conclusione sulla natura del diniego resta necessariamente provvisoria.
“Ce so io e ce si tu!”
Un altro segnale di raffreddamento si era manifestato in occasione del ritorno del Taranto allo Iacovone, quando non si presentarono né il sindaco Bitetti né rappresentanti dell’amministrazione comunale per fare gli onori di casa. Un’assenza che aveva alimentato il malumore di Sebastiano Ladisa, arrivato a dichiarare che la famiglia avrebbe seguito soltanto le gare esterne della squadra e che né lui né suo fratello sarebbero più tornati allo Iacovone.
Eppure, domenica scorsa, i fratelli Ladisa erano nuovamente in tribuna d’onore per assistere alla partita contro l’Ugento. Cambiare idea è legittimo. Ma quando alle dichiarazioni perentorie seguono comportamenti che sembrano smentirle, la credibilità del messaggio rischia di indebolirsi. Prima l’addio, poi la presa di distanza, infine il ritorno: una sequenza che non dimostra necessariamente un’incoerenza di fondo, ma che alimenta interrogativi sulla gestione pubblica di una vicenda delicata.
È qui che torna d’attualità la frase che avevamo pubblicato sulle nostre pagine, richiamando il dialetto tarantino: “Ce so io e ce si tu!”. Una battuta efficace, ma anche una chiave di lettura. Quando il confronto smette di concentrarsi sui problemi e diventa una questione di principio, il rischio è che ciascuno si preoccupi più di non arretrare che di trovare una soluzione.
Da una parte il sindaco Bitetti, chiamato a tutelare l’interesse pubblico; dall’altra Sebastiano Ladisa e la sua famiglia, che hanno legato al futuro degli impianti una parte importante della propria visione per il Taranto. Nessuno deve vincere una prova di forza. Dovrebbero, semmai, prevalere le ragioni della città.
Il Taranto non può vivere di strappi
La sequenza delle dichiarazioni pubbliche restituisce l’immagine di una proprietà che, nei momenti di tensione, sembra affidare alla reazione del momento il compito di affrontare questioni che richiederebbero invece lucidità e programmazione.
È una valutazione critica, non un giudizio sulle intenzioni personali dei protagonisti. Ma una domanda va posta: si può costruire un progetto sportivo solido se ogni difficoltà rischia di trasformarsi in un ultimatum?
Un imprenditore ha tutto il diritto di valutare la convenienza del proprio investimento, di chiedere garanzie e persino di decidere di interrompere un percorso. Ma il futuro di una società calcistica non può oscillare continuamente tra annunci di rottura e successive retromarce.
E in questa vicenda c’è una componente che non deve essere dimenticata: la tifoseria rossoblù. I tifosi non hanno bisogno di assistere a un braccio di ferro tra proprietà e Comune. Hanno bisogno di sapere quale futuro attende la squadra, quali ambizioni siano realistiche e quali programmi la società intenda perseguire.
La loro passione non può diventare uno strumento di pressione nelle trattative istituzionali. Il Taranto appartiene alla sua storia, alla sua gente e a una città che ha già conosciuto troppe delusioni.
Adesso parlino i fatti
La bocciatura del progetto non significa necessariamente che ogni possibilità di collaborazione sia tramontata. Ma impone a tutti di uscire dalla nebbia delle dichiarazioni. Il Comune deve spiegare con chiarezza le ragioni della decisione. I fratelli Ladisa devono chiarire se intendano riformulare la proposta, cercare soluzioni alternative o modificare i propri programmi.
Se il progetto non soddisfa i requisiti di pubblica utilità, occorrerà comprenderne le ragioni. Se invece la decisione amministrativa presentasse aspetti discutibili, anche questi dovranno essere affrontati nel merito. Nessuno può essere sottratto al giudizio dei fatti.
Oggi, tra Palazzo di Città e la famiglia Ladisa, sembra essersi aperta una voragine. Stabilire se sia insanabile è prematuro. Le motivazioni ufficiali e le prossime mosse dei protagonisti diranno molto più di qualsiasi indiscrezione. Una cosa, però, è già evidente: gli 82 milioni annunciati non sono bastati a trasformare un’ambizione in un progetto accolto dall’amministrazione. Ora servono chiarezza, responsabilità e capacità di confronto.
Meno prove di forza, meno dichiarazioni dettate dalla tensione, più concretezza. Meno “ce so io e ce si tu!” e più “vediamo cosa serve davvero a Taranto”. Perché il Comune può respingere una proposta, un imprenditore può cambiare strategia e un progetto può essere rivisto. Ma il Taranto resta patrimonio affettivo di una città intera. E nessuno, né a Palazzo di Città né negli uffici della proprietà, dovrebbe permettersi di dimenticarlo.


