di Rosa Elenia Stravato
La scrittura come coscienza critica del presente ed azione
Alessandro Leogrande appartiene a quella rara genealogia di intellettuali per i quali la scrittura non costituisce un esercizio di stile, ma una forma di responsabilità. Giornalista, scrittore, saggista e osservatore rigoroso delle contraddizioni del contemporaneo, Leogrande ha costruito, attraverso libri, reportage, articoli e trasmissioni radiofoniche, un’opera capace di attraversare alcuni dei nodi più dolorosi della storia recente italiana: il rapporto tra lavoro e salute, le trasformazioni industriali, le disuguaglianze sociali, lo sfruttamento, le migrazioni, la marginalità, la violenza economica e politica.
Nato a Taranto nel 1977, dopo la maturità classica conseguita presso il Liceo classico Archita della sua città, nel 1996 si trasferisce a Roma. Alla Sapienza studia filosofia e si laurea con una tesi dedicata alla critica sociale di Michael Walzer. La formazione filosofica non resterà estranea alla sua successiva attività giornalistica e letteraria: al contrario, ne costituirà uno dei presupposti metodologici. Nella scrittura di Leogrande, infatti, l’indagine sui fatti non si esaurisce mai nella loro registrazione, ma tende costantemente alla comprensione delle strutture sociali, politiche ed economiche che li producono.
La sua voce attraversa numerose testate e riviste: Internazionale, l’Unità, il manifesto, Panorama, il Riformista, Il Fatto Quotidiano, Una città, Nuovi Argomenti, Gli asini, La terra vista dalla luna, Pagina99 e Minima&Moralia. È editorialista del Corriere del Mezzogiorno, cura l’inserto Fuoribordo di Pagina99 e conduce trasmissioni per Radio 3 RAI e per la Radio Svizzera Italiana.
Per dieci anni ricopre inoltre il ruolo di vicedirettore del mensile Lo Straniero, esperienza decisiva nella definizione di una precisa idea di giornalismo culturale: un giornalismo capace di coniugare documentazione e interpretazione, cronaca e storia, testimonianza e analisi. Al centro di questo itinerario permane una convinzione essenziale, vale a dire il raccontare inteso come l’ assumersi la responsabilità di rendere visibile ciò che rischia di essere rimosso.
Le opere di Leogrande possono così essere lette come una forma di militanza civile, un esercizio costante di memoria e, insieme, un invito rivolto al lettore a non rinunciare alla facoltà critica. La sua scrittura non pretende di fornire risposte semplicistiche; interroga, documenta, ricostruisce. Soprattutto, chiede di pensare.
L’esordio letterario, Un mare nascosto, pone immediatamente al centro della sua ricerca Taranto. La città natale diviene laboratorio di osservazione privilegiato e, al tempo stesso, paradigma di questioni destinate a oltrepassarne ampiamente i confini geografici. Attraverso un reportage dalla forte tensione narrativa, Leogrande osserva Taranto quasi al microscopio. Ne seziona la struttura sociale, ne ricostruisce le stratificazioni politiche e industriali, ne ascolta le voci. Politica, storia, sociologia e vicende giudiziarie convergono in una narrazione nella quale la città non è mai soltanto un luogo, ma un organismo complesso, attraversato da conflitti e contraddizioni.
Particolare attenzione viene riservata alla parabola della grande industria siderurgica e al rapporto tra la sinistra e il processo di industrializzazione. Leogrande ricostruisce la progressiva divaricazione tra il Partito Comunista Italiano e, successivamente, PDS e DS, da una parte, e il tessuto sociale tarantino, dall’altra. La sinistra, inizialmente sostenitrice della costruzione della grande fabbrica e capace proprio per questo di raccogliere vasti consensi nella nascente classe operaia, appare progressivamente incapace di interpretare le trasformazioni della città e le nuove domande provenienti dal mondo del lavoro.
La fabbrica, tuttavia, non viene osservata esclusivamente come struttura economica o politica. Al centro dello sguardo entrano le condizioni concrete di vita degli operai, i quartieri, le famiglie, le aspirazioni e le forme di marginalità. È già riconoscibile uno dei tratti distintivi della scrittura leograndeana: la capacità di passare dalla macrostruttura alla singola esistenza, dalla storia collettiva alla biografia individuale.
Anche le giovani generazioni diventano oggetto di interrogazione. A partire dalle riflessioni di Ignazio Silone sull’uomo meridionale contenute in Uscita di sicurezza, Leogrande si interroga sulla possibilità, per i giovani degli anni Novanta, di trasformarsi in soggetti attivi all’interno di un universo sociale percepito come decadente. La domanda non è soltanto politica: è una domanda sul futuro, sulla possibilità stessa di continuare a desiderare e immaginare una città diversa.In questo senso, Un mare nascosto conserva una straordinaria attualità. Non soltanto perché anticipa questioni che diventeranno centrali negli anni successivi, ma perché individua già nella crisi di Taranto una frattura più ampia tra sviluppo economico, dignità del lavoro, tutela dell’ambiente e qualità della vita.
Con Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali, Leogrande amplia il proprio campo d’indagine. Il basso Adriatico diviene il teatro di un’inchiesta sul traffico di sigarette che, attraverso documenti, testimonianze, leggi, sentenze e interviste a politici, magistrati e protagonisti materiali del contrabbando, restituisce la complessità di un fenomeno apparentemente circoscritto. L’indagine rivela una vera e propria infrastruttura criminale transnazionale. Le rotte del contrabbando non trasportano soltanto sigarette: lungo quegli stessi percorsi transitano successivamente armi ed esseri umani. Il crimine appare dunque non come una realtà separata dalla società, ma come un sistema capace di insinuarsi nei processi economici e nelle trasformazioni geopolitiche.
È una delle cifre metodologiche più significative dell’autore; osservare un fenomeno apparentemente marginale fino a scoprire, dietro di esso, una struttura più vasta. La precisione documentaria non impoverisce la narrazione; al contrario, la rende capace di restituire il movimento concreto della storia.
Nel 2005, con Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra, Leogrande sposta ulteriormente lo sguardo verso la dimensione internazionale. Il libro indaga il ruolo dell’Italia nelle dinamiche geopolitiche contemporanee, mettendo in luce la tensione tra la retorica della pace, la partecipazione alle missioni militari e una persistente condizione di subalternità negli equilibri internazionali. Anche in questo caso, la scrittura veste una funzione demistificante. L’autore non si limita a registrare le dichiarazioni ufficiali, ma tenta di misurare la distanza tra il linguaggio della politica e la concretezza delle sue conseguenze.
Il tema della responsabilità ritorna così come filo conduttore: responsabilità degli Stati, delle istituzioni, delle classi dirigenti e, più in generale, di una società chiamata a interrogarsi sulle proprie scelte. Nel 2008 arriva uno dei testi più intensi e dolorosi dell’intera produzione leograndeana: Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud. L’inchiesta conduce il lettore nella Capitanata, territorio nel quale, da anni, decine di migliaia di migranti giungono durante la stagione della raccolta del pomodoro. Dietro l’immagine dell’“oro rosso” si apre una realtà di sfruttamento sistematico: lavoro massacrante, salari irrisori, condizioni abitative degradate, ricatti, violenze e intermediazione criminale.
I lavoratori vengono collocati in condizioni che sembrano appartenere a un’altra epoca storica. Vivono spesso in ruderi o insediamenti privi dei servizi essenziali e dipendono dai caporali, intermediari che trasformano la vulnerabilità dei lavoratori in uno strumento di profitto. Il sistema, tuttavia, non si esaurisce nella figura del caporale: esso coinvolge una più ampia filiera economica nella quale la compressione del costo del lavoro diventa elemento strutturale.
Leogrande compie qui un’operazione fondamentale giacché restituisce individualità a persone che il linguaggio economico e burocratico tende a ridurre a forza lavoro; dietro la categoria astratta del “migrante” emergono uomini, storie, aspettative, paure, destini. La sua scrittura diventa così anche una pratica di restituzione della dignità.
Uomini e caporali è un viaggio tra gli inferi della modernità italiana, ma proprio per questo rappresenta una delle espressioni più alte della funzione civile della letteratura d’inchiesta. La denuncia non procede attraverso la retorica, bensì attraverso l’accumulo paziente delle testimonianze e dei fatti. È la realtà stessa, quando viene osservata senza filtri, a rivelare la propria brutalità.
La riflessione su Taranto ritorna con particolare forza in Fumo sulla città, dove la città ionica viene rappresentata come un vero e proprio laboratorio urbano: stretta tra le ciminiere dell’Ilva e il mare, essa diventa emblema delle promesse, delle trasformazioni e dei fallimenti dello sviluppo industriale italiano. La parabola di Giancarlo Cito — ex picchiatore fascista, telepredicatore e successivamente sindaco di Taranto, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa — costituisce uno degli snodi attraverso cui Leogrande ricostruisce la crisi della città dopo il crollo della Prima Repubblica.
La vicenda politica individuale si intreccia con la privatizzazione del siderurgico, con le trasformazioni della fabbrica e con la progressiva emersione dell’emergenza ambientale. Comprendere la Taranto contemporanea significa, per Leogrande, comprendere la relazione tra i diversi strati della città: fabbrica e quartieri, politica e lavoro, economia e salute, sviluppo e ambiente.
È precisamente nel rapporto tra queste dimensioni che si manifesta la natura sistemica della crisi. Il nodo salute-lavoro, divenuto negli anni successivi una delle questioni più drammatiche del dibattito pubblico italiano, assume così una dimensione che trascende il caso locale. Taranto diventa una lente attraverso cui osservare una contraddizione europea: come conciliare il diritto al lavoro con il diritto alla salute, la salvaguardia del territorio con la necessità di garantire una vita dignitosa, la transizione economica con la giustizia sociale?
Leogrande non pretende di sciogliere tale contraddizione con una formula,ne ricostruisce i frammenti, ne ascolta i protagonisti e mostra i costi umani delle decisioni economiche e politiche. È proprio questa capacità di non semplificare la realtà a rendere Fumo sulla città uno dei suoi reportage più intensi.La ricerca dell’autore, tuttavia, non rimane ancorata al Mezzogiorno italiano. Progressivamente il Mediterraneo diventa uno spazio centrale della sua riflessione, luogo di transito, confine e insieme teatro di una delle più profonde crisi umanitarie e politiche del nostro tempo.
In Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (2011), l’autore si confronta con le migrazioni provenienti dai Balcani e dall’Africa, indagando il Mediterraneo come luogo nel quale le aspirazioni individuali entrano violentemente in collisione con le frontiere politiche degli Stati.Il tema trova una significativa prosecuzione in Adriatico e, soprattutto, ne La frontiera (2015), opera nella quale il confine non viene inteso semplicemente come linea geografica, ma come dispositivo politico e umano: uno spazio nel quale si decidono inclusioni ed esclusioni, libertà e clandestinità, vita e morte. Anche il teatro diviene, in questo percorso, uno strumento di memoria e testimonianza. Dal Naufragio nasce il libretto di Katër i Radës, opera musicale di Admir Shkurtaj con regia di Salvatore Tramacere, prodotta dal Teatro Koreja e presentata alla Biennale Musica di Venezia nel 2014. Nel 2017, invece, il suo libretto Haye. Le parole, la notte, con musica di Mauro Montalbetti e regia di Alina Marazzi, debutta al Teatro Ariosto di Reggio Emilia. La trasformazione dell’inchiesta in materia teatrale rivela un elemento importante della poetica leograndeana: la scrittura può assumere forme diverse senza perdere la propria responsabilità nei confronti del reale. Il documento può diventare racconto, il racconto può diventare scena, la memoria può trasformarsi in esperienza collettiva.
Accanto alla produzione personale, Leogrande svolge un’intensa attività di curatore e mediatore culturale. Cura, insieme a Goffredo Fofi, Nel Sud senza bussola. Venti voci per ritrovare l’orientamento (2002); Il pallone è tondo (2005); Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio (2010); il volume di Virgilio Sieni Trois Agoras Marseille. Art du geste dans le Méditerranée (2013); l’antologia degli scritti giornalistici di Rodolfo Walsh, Il violento mestiere di scrivere (2016); e gli scritti di Carlo Pisacane raccolti in L’altro risorgimento (2017).
Questa attività completa il profilo di un intellettuale interessato non soltanto a raccontare il presente, ma anche a recuperare genealogie culturali utili per interpretarlo. Rodolfo Walsh, Carlo Pisacane, le esperienze del Sud, il calcio, il Mediterraneo: ambiti apparentemente lontani che nella sua opera finiscono per convergere attorno a una medesima domanda, quella relativa al rapporto tra individuo, potere e responsabilità.
Nel 2017 Leogrande si reca in Argentina per lavorare a un nuovo libro dedicato ai rapporti tra cappellani militari ed esercito durante la dittatura del 1976-1983. Il progetto si inserisce coerentemente nel suo percorso: ancora una volta, la ricerca si rivolge verso una zona opaca della storia, là dove istituzioni, potere, ideologia e responsabilità individuale si intrecciano.
La morte, avvenuta prematuramente nel novembre dello stesso anno, interrompe quel lavoro e lascia incompiuto un ulteriore capitolo di una ricerca intellettuale condotta sempre sul crinale tra memoria e presente. E tuttavia l’incompiutezza biografica non coincide con l’incompiutezza dell’opera. Al contrario, i suoi libri continuano a interrogare il presente proprio perché non sono costruiti come sistemi chiusi, ma come dispositivi aperti di conoscenza.
Leogrande non consegna al lettore una verità definitiva: gli affida una responsabilità. Rileggere oggi l’opera di Alessandro Leogrande significa riconoscere nella sua scrittura una delle forme più rigorose di esercizio della cittadinanza intellettuale, la sua prosa non separa mai nettamente giornalismo e letteratura, perché considera la ricerca della verità un territorio comune a entrambi.
Il dato, la testimonianza, il documento e la voce individuale diventano materiali di una costruzione narrativa che non rinuncia né alla precisione né all’empatia. Leogrande ha scritto degli operai di Taranto, dei braccianti migranti, dei contrabbandieri del basso Adriatico, dei naufraghi, delle frontiere, della guerra, della politica e delle periferie del potere. Ma, più profondamente, ha scritto degli esseri umani quando vengono schiacciati da sistemi economici, politici o sociali più grandi di loro.
La sua cifra non è il semplice racconto della marginalità: è la ricerca delle strutture che producono la marginalità. È qui che risiede la straordinaria attualità della sua opera. In un tempo nel quale l’informazione rischia di essere consumata nella velocità dell’istante, la scrittura di Leogrande rivendica il valore della lentezza dell’indagine, della verifica, dell’ascolto. In un’epoca nella quale la complessità viene spesso sacrificata alla semplificazione, egli restituisce dignità alla contraddizione. La scrittura, nella sua prospettiva, diventa dunque uno spazio franco, un luogo nel quale osservare le storture del tempo senza accettare che diventino normali, nel quale dare nome alle ingiustizie prima che l’abitudine le renda invisibili, nel quale sottrarre le vite marginali alla statistica e restituirle alla storia.
È forse questo il lascito più significativo di Alessandro Leogrande. Non aver scritto soltanto sul presente, ma aver costretto il presente a guardarsi allo specchio. I suoi libri continuano a ricordarci che informare non significa semplicemente trasferire dati: significa costruire le condizioni perché una comunità possa comprendere ciò che le accade. E che scrivere, quando la realtà è attraversata da disuguaglianze e rimozioni, può ancora essere un atto di resistenza civile. La sua opera resta così una forma di memoria attiva; non un monumento immobile ma una domanda rivolta al lettore. Una domanda semplice e radicale, che attraversa Taranto, il Mezzogiorno, il Mediterraneo e le frontiere del mondo contemporaneo: quanto siamo disposti a vedere, quando ciò che vediamo ci obbliga a cambiare idea sul nostro tempo?


