Di Rosa Elenia Stravato
La cultura meridionale come spazio antagonista e generativo, in cui marginalità, pratiche comunitarie e memoria politica si trasformano in strumenti di analisi e di resistenza al paradigma dominante
Goffredo Fofi è una delle figure più rigorose dell’intellettualità italiana del secondo Novecento. Critico cinematografico, saggista, animatore culturale e militante, ha attraversato decenni di storia italiana mantenendo una posizione costantemente eccentrica rispetto alle istituzioni culturali dominanti.
Goffredo Fofi è stato, per più generazioni di intellettuali italiani, qualcosa di più di un critico o di un animatore culturale: è stato un vero maestro di sguardo. Non tanto nel senso accademico del termine, quanto in quello più esigente e raro di chi insegna a vedere — e, dunque, a scrivere — attraverso una disciplina morale prima ancora che stilistica. In questa linea si inscrive con particolare evidenza la figura di Alessandro Leogrande, la cui scrittura porta impressa, in modo riconoscibile ma mai imitativo, l’impronta fofiiana.
Parlare di Fofi come maestro di stile può apparire, a prima vista, riduttivo, se si intende lo stile come semplice cifra espressiva. In realtà, nel suo caso, lo stile coincide con una postura etica; scrivere significa “scegliere da che parte stare”, e questa scelta si riflette nella forma stessa del discorso.
La sua prosa, apparentemente piana, rifugge ogni compiacimento retorico e ogni estetizzazione del dolore. È una lingua che punta alla precisione, alla chiarezza, ma soprattutto alla responsabilità. Non c’è mai, in Fofi, la tentazione di trasformare la marginalità in spettacolo o in oggetto di consumo culturale; al contrario, ogni parola è misurata sulla necessità di restituire dignità ai soggetti di cui parla.
Questa lezione è evidente nell’opera di Alessandro Leogrande che ne ha ereditato non solo un metodo, ma un’idea precisa di cosa significhi fare inchiesta: non accumulare dati, ma costruire relazioni, ascoltare le voci, restituire complessità. Fofi, infatti, ha sempre praticato una critica che non si limita all’interpretazione dei testi, ma si estende ai contesti, alle condizioni materiali e alle strutture di potere che li producono. La sua è un’analisi acuta perché non separa mai il piano culturale da quello sociale: il cinema, la letteratura, il teatro diventano strumenti per leggere il mondo, non oggetti da isolare in un discorso specialistico. In questo senso, la sua influenza su Leogrande si manifesta nella capacità di tenere insieme narrazione e analisi, racconto e denuncia, senza che l’una schiacci l’altra.
Ma forse l’aspetto più profondo dell’eredità di Goffredo è un altro, ossia l’idea che la scrittura sia, prima di tutto, un atto di responsabilità verso gli altri. Egli ha sempre diffidato degli intellettuali che parlano sopra o al posto di; ha invece promosso una pratica di ascolto, di prossimità, di condivisione. Leogrande ha fatto propria questa lezione, costruendo una scrittura che si avvicina alle vite degli altri con rispetto, che si lascia attraversare dalle storie senza appropriarsene. Non si tratta, dunque, di una filiazione stilistica in senso stretto, ma di una trasmissione di metodo e di etica.
Così, nella continuità tra Fofi e Leogrande, si delinea una linea minoritaria ma essenziale della cultura italiana: una linea che rifiuta il protagonismo dell’intellettuale per restituire centralità alle storie, alle vite, ai conflitti. Una linea in cui lo stile non è mai ornamento, ma forma della verità.
L’opera di Fofi si connota per una tensione etica e politica che rifiuta tanto l’accademismo quanto la spettacolarizzazione della cultura, privilegiando invece pratiche di intervento diretto nei contesti sociali marginali. In questo senso, Arcipelago Sud (Feltrinelli, pubblicato postumo) si configura come una sorta di testamento intellettuale, in cui convergono riflessione critica, memoria militante e una profonda attenzione alle culture subalterne del Mezzogiorno.
Al centro del volume si colloca una categoria interpretativa decisiva: quella di “scarto”. Stando alla sua lettura della realtà lo scarto, nella cultura meridionale, è il luogo generativo della forza di una parte sostanziale della Penisola. Esso si presenta come una ferita che si fa parola, canto, gesto politico e strategia di sopravvivenza. Tale intuizione consente di rovesciare le narrazioni egemoniche sul Sud, tradizionalmente oscillanti tra vittimismo e folklorizzazione, restituendo invece un’immagine dinamica e antagonista di queste realtà. Il Sud, lungi dall’essere oggetto passivo di analisi o di compassione, diventa così soggetto produttore di senso, capace di elaborare forme autonome di pensiero e di vita.
Nel contesto dell’Italia del dopoguerra e, in particolare, negli anni Settanta, le città meridionali — Napoli, Palermo, Bari — insieme alle aree interne, si trasformano in laboratori sociali e politici. In questi spazi, segnati da marginalità economica e disuguaglianze strutturali, emergono esperienze collettive che mirano a convertire la miseria in coscienza critica.
Emblematica, in tal senso, è l’esperienza della mensa dei bambini proletari a Napoli. Questo progetto non si limitava a rispondere a un bisogno materiale — la fame — ma si configurava come un dispositivo pedagogico e politico: un luogo in cui educazione, solidarietà e lotta si intrecciavano in modo indissolubile. Il gesto del mangiare insieme assumeva un valore simbolico e formativo, diventando occasione di costruzione di una soggettività collettiva consapevole. Fofi, che fu attore di quella stagione, interpreta tali esperienze non come semplici manifestazioni di disagio, ma come espressioni di una irriducibilità strutturale. “Il Sud è la parte più viva del Paese proprio perché è quella più negata” soleva affermare.
L’immagine dell’“arcipelago”, che dà titolo all’opera, svolge una funzione teorica rilevante. Essa allude a una pluralità di esperienze eterogenee ma interconnesse, accomunate da una medesima condizione di esclusione e da una tensione condivisa verso forme di emancipazione. Dalla Sicilia di Danilo Dolci alla Lucania di Rocco Scotellaro, dalla Calabria delle lotte bracciantili alla Napoli dei movimenti dei disoccupati, si delinea una geografia mobile e resistente.
Ogni “isola” conserva una propria specificità linguistica e culturale, ma tutte partecipano a una comune dinamica di opposizione al centro. In questo quadro, la mensa dei bambini proletari assume un valore paradigmatico. Essa incarna un modello di educazione antagonista, in cui la trasmissione del sapere si sottrae alle logiche paternalistiche dello Stato e si radica in pratiche di autogestione.
L’influenza di figure come Don Milani, Ivan Illich e delle tradizioni libertarie è evidente: l’educazione non è concepita come adattamento all’esistente, ma come strumento di trasformazione. Nutrire i corpi significa, al contempo, alimentare la capacità critica, generare soggetti autonomi e consapevoli. Napoli, in particolare, troneggia come spazio emblematico di questa tensione. Città “faglia” del Mediterraneo, essa concentra contraddizioni estreme: povertà e creatività, esclusione e invenzione.
Negli anni Settanta, il tessuto urbano napoletano si anima di soggettività plurali — disoccupati, studenti, militanti, donne — che danno vita a forme di organizzazione dal basso. In questo contesto, la mensa rappresenta un esperimento di ridefinizione della cittadinanza e dell’educazione, un tentativo di costruire comunità fondate sulla cooperazione e sulla condivisione.
La riflessione di Fofi si inserisce, dunque, in una più ampia concezione della cultura come pratica intrinsecamente politica. La cultura meridionale, nella sua lettura, non è mai neutrale: essa costituisce una forma di antagonismo, un modo di opporsi al potere attraverso linguaggi molteplici — dalla musica al teatro, dal cinema alle pratiche quotidiane di solidarietà. In questo senso, il Sud si configura come uno spazio di resistenza al capitalismo culturale, che tende a ridurre ogni espressione simbolica a merce.
Questa resistenza si manifesta anche nella ricchezza delle esperienze artistiche e politiche che attraversano il Mezzogiorno nel secondo Novecento: dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare ai documentari di Vittorio De Seta, dalle comunità di base ai collettivi femministi e anarchici. Tali pratiche condividono una medesima tensione: sottrarsi ai processi di assimilazione, preservare una dimensione collettiva della memoria e del linguaggio.
Nel presente, segnato da nuove forme di disuguaglianza e da una crescente mercificazione della cultura, la lezione di Arcipelago Sud mantiene una forte attualità. Il rischio, oggi, è che lo “scarto” venga neutralizzato, reso invisibile da un discorso pubblico incapace di nominare la solidarietà e il conflitto. In questo contesto, rileggere Fofi significa recuperare una concezione della cultura come pratica condivisa e trasformativa, capace di incidere concretamente sulle condizioni di vita. La cultura meridionale, lungi dall’essere un repertorio statico di tradizioni, emerge così come una critica vivente al presente. Essa propone un modello alternativo di convivenza, fondato su valori quali la cooperazione, la lentezza, la cura e l’incontro. In opposizione alla logica competitiva del capitalismo, essa privilegia la costruzione di relazioni e la condivisione del sapere.
In ultima istanza, lo “scarto” si manifesta come una categoria generativa: ciò che è escluso dal centro diventa il luogo da cui può emergere una nuova idea di futuro. Le pratiche di mutualismo, i progetti comunitari, le forme di resistenza quotidiana che persistono nelle periferie urbane e nei territori marginali si inscrivono in una genealogia che trova nella mensa napoletana uno dei suoi momenti fondativi.
L’affermazione dell’autore secondo cui “il Sud è la misura morale del Paese” acquista, in questa luce, un significato abissale. Si tratta di riconoscere, nelle contraddizioni del Mezzogiorno, una capacità di resistenza all’omologazione e al cinismo del mercato. In questo senso, il Sud appare come un laboratorio etico e politico, in cui si conservano forme di umanità difficilmente riducibili a logiche utilitaristiche.
Arcipelago Sud restituisce, quindi, l’effige di un’Italia altra, che continua a esistere nelle pieghe della storia ufficiale. Tra le sue pagine, l’eco della mensa dei bambini proletari — il rumore dei piatti, le voci, la condivisione del cibo — diventa simbolo di una cultura che non si limita a rappresentare il mondo, ma si impegna a trasformarlo. In questo gesto elementare e radicale, il sapere si fa pane, e la cultura torna a essere, nel senso più pieno, pratica di liberazione.


