di Rosa Elenia Stravato
Alla scoperta di un preziosissimo tesoro che dona all’ex colonia della Magna Grecia un ulteriore segno inconfondibile della sua raffinatezza
Tanto è una città, lo si dice spesso, con una storia importante. Ma quanto, poi, questa storia è nota ai più? Quanto ne sappiamo delle sue preziosità? La centralità di Taranto come colonia della Magna Grecia rappresenta un caso di particolare rilievo nel panorama storico del Mediterraneo antico, poiché essa riunisce in sé elementi politici, economici e culturali che ne fecero uno dei poli più dinamici e influenti dell’Occidente greco.
Fondata, secondo la tradizione, da coloni spartani alla fine dell’VIII secolo a.C., Taras si distingue fin dalle origini per una fisionomia peculiare: unica colonia spartana, essa trasferì in Italia meridionale un modello politico e sociale profondamente segnato dall’identità dorica, adattandolo però a un contesto geografico e umano nuovo, nel quale il contatto con le popolazioni indigene e con le altre città greche fu continuo e fecondo.
Dal punto di vista geopolitico, la posizione di Taranto fu decisiva. Affacciata su un ampio golfo naturalmente protetto e dotata di un porto interno tra i più sicuri del Mediterraneo, la città si impose come nodo strategico dei traffici tra Oriente e Occidente. Questa collocazione favorì lo sviluppo di un’economia articolata, fondata non solo sull’agricoltura e sulla pesca, ma soprattutto sul commercio e sull’artigianato specializzato.
Taranto divenne così un centro di redistribuzione delle merci e delle materie prime, capace di attrarre ricchezze, manodopera qualificata e modelli culturali provenienti dalla Grecia e, in seguito, dall’Oriente ellenistico. La centralità tarantina non fu tuttavia soltanto economica. Sul piano culturale, Taranto si affermò come uno dei principali laboratori della civiltà magnogreca, luogo di elaborazione e diffusione di forme artistiche e intellettuali di altissimo livello. La produzione ceramica, la scultura e soprattutto l’oreficeria testimoniano una straordinaria capacità di assimilare i modelli greci metropolitani e di rielaborarli in chiave originale, dando vita a uno stile riconoscibile e autonomo. In questo senso, Taranto non fu una periferia imitativa, ma un centro creativo, capace di dialogare alla pari con il mondo greco e di influenzare le aree circostanti.
La centralità di Taranto nella Magna Grecia va quindi letta non solo come un dato quantitativo – ricchezza, estensione territoriale, produzione artistica – ma come un paradigma storico: quello di una città che seppe incarnare in modo esemplare l’incontro tra la cultura greca e l’Occidente, fungendo da ponte tra mondi diversi, ma che al tempo stesso pagò il prezzo di una trasformazione storica più ampia, nella quale il modello della polis ellenica lasciò il passo a nuove forme di organizzazione del potere. In questa tensione tra splendore e declino risiede, ancora oggi, il profondo significato storico di Taranto nella vicenda della Magna Grecia.
Gli Ori di Taranto costituiscono la più alta e preziosa testimonianza della raffinatissima tradizione orafa sviluppatasi nell’antica Taras. Custoditi oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto, essi offrono uno straordinario compendio di eleganza formale, perizia tecnica e gusto decorativo, capace di restituire, a distanza di oltre due millenni, il fasto e la sofisticazione della società ellenistica dell’Italia meridionale.
Diademi in oro e pietre dure, finemente ornati da motivi vegetali; sorprendenti orecchini “a navicella”, di eccezionale complessità, decorati con elementi fitomorfi e figure alate – le nikai – realizzati con la minuziosa tecnica della filigrana; un singolare schiaccianoci in bronzo dorato, foggiato come una coppia di mani, che ancora oggi colpisce per l’originalità dell’invenzione; un’elegante teca a forma di conchiglia, impreziosita dalla figura di una Nereide cavalcante un cavallo marino; e ancora bracciali, collane, anelli, pendenti, sigilli e monili di varia foggia, tutti giunti fino a noi in eccezionale stato di conservazione.
Questo insieme di oggetti compone la celebre raccolta degli Ori di Taranto, databile tra il IV e il II secolo avanti Cristo e proveniente in larga parte dalle necropoli del territorio, alla quale il MarTa ha dedicato una delle sale più note e frequentate del museo.
In età ellenistica Taranto era il fulcro di quello che potremmo definire un autentico “distretto dell’oreficeria”: la produzione di oggetti preziosi era fiorente e le botteghe, ispirandosi a modelli greci, tramandavano di generazione in generazione saperi tecnici di straordinaria raffinatezza. Sebbene i nomi degli artigiani non siano giunti fino a noi, le loro opere parlano con eloquenza di una cultura materiale di altissimo livello.
Il legame con la Grecia fu determinante. Taranto, tra i principali centri della Magna Grecia, conobbe proprio in età ellenistica il suo momento di massimo splendore. Fondata, secondo la tradizione, da coloni spartani nel 706 a.C., la città raggiunse l’apice della potenza nel IV secolo, arrivando a confrontarsi persino con Roma, prima di essere definitivamente sottomessa nel 209 a.C. da Quinto Fabio Massimo, nel contesto delle guerre puniche. Nonostante ciò, per lungo tempo Taranto rimase una città profondamente greca per lingua, costumi e cultura. Emblematica, in tal senso, è la figura di Livio Andronico, tarantino di nascita e di formazione ellenica, che assimilò la cultura latina solo dopo essere stato condotto a Roma come schiavo.
L’oreficeria tarantina, intimamente legata alla cultura greca, entrò in declino con la perdita dell’autonomia politica e culturale della città sotto il dominio romano. Il suo apogeo va dunque collocato tra il VI e il III secolo a.C., periodo di massimo sviluppo economico e urbano, quando si affermarono anche tipologie peculiari, come i diademi in sottile lamina d’oro decorati a foglie di quercia, alloro, ulivo o edera.
Il rinvenimento di gran parte di questi gioielli nelle necropoli rivela la loro funzione sociale: non solo ornamenti da ostentare in vita, riservati a un’élite privilegiata, ma anche elementi fondamentali dei corredi funerari, segni distintivi dello status aristocratico del defunto e del suo rango anche nel viaggio verso l’aldilà. I modelli decorativi, improntati a uno spiccato naturalismo, all’uso raffinato degli smalti e al gusto per la ricchezza cromatica, riflettono pienamente le tendenze della produzione greca contemporanea.
Non meno rilevante fu l’influsso economico dell’espansionismo di Alessandro Magno, che favorì l’afflusso di materie prime dall’Oriente lungo le rotte commerciali del Mediterraneo. La tecnica della filigrana, largamente impiegata, prevedeva l’applicazione di sottilissimi fili d’oro saldati alla superficie metallica, intrecciati e giustapposti a formare trame decorative di eccezionale finezza. Tra i capolavori più celebri spicca il diadema fiorito proveniente dalla cosiddetta “tomba degli Ori di Canosa”, rinvenuta casualmente nel 1928 e studiata approfonditamente solo a partire dal 1991.
Databile alla metà del III secolo a.C., il diadema è realizzato in oro, perle, smalti, paste vitree e pietre semipreziose, ed è composto da oltre centocinquanta fiori di forme e colori diversi, inseriti a incastro e non saldati, così da consentire una possibile variazione della composizione. Una cerniera ne permetteva l’adattamento al capo, mentre un nastro lo fissava sulla nuca. Dalla tomba conosciamo anche il nome della proprietaria: Opaka Sabaleidas, donna di altissimo rango, come attesta la straordinaria ricchezza del suo corredo.
La storia moderna degli Ori di Taranto è segnata anche da vicende drammatiche. Durante la Seconda guerra mondiale, per proteggerli dai bombardamenti e dai saccheggi, furono trasferiti a Parma e custoditi in cassette di sicurezza della Banca Commerciale Italiana. Dopo l’8 settembre 1943, con l’Italia divisa, la loro sorte rimase incerta, ma grazie alla fermezza della banca e alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, gli ori poterono rientrare a Taranto, integri. Solo nel 1949 tornarono infine a essere esposti, dopo il restauro dell’edificio museale occupato dagli Alleati.
A partire dagli anni Ottanta, la fama degli Ori di Taranto si è diffusa a livello internazionale, grazie a importanti mostre itineranti in Europa e in Asia. Ancora nel 2010, una selezione della collezione è stata esposta a Shanghai, e nel 2015 le opere dialogavano idealmente con le creazioni di Umberto Mastroianni, testimoniando la capacità di questi capolavori antichi di ispirare ancora l’oreficeria contemporanea.
Tra le tipologie più significative va ricordata la distinzione tra diadema e corona: il primo aveva funzione puramente ornamentale ed era indossato anche in vita; la seconda, invece, possedeva un valore simbolico e sociale, spesso connesso all’ambito funerario. Emblematica è la corona a foglie di quercia della prima metà del II secolo a.C., composta da lamine stampate e disposte in modo irregolare per accentuarne il naturalismo, anch’essa fissata tramite un nastro.
Alla tomba di Opaka apparteneva anche la raffinata teca a forma di conchiglia, dorata a caldo, che una volta aperta rivelava la scena di una Nereide su un cavallo marino dal profilo quasi fantastico. Per le sue dimensioni, doveva fungere da contenitore per cosmetici. Non meno straordinari sono l’orecchino a navicella, sostenuto da nikai alate e arricchito da pendenti vegetali, e gli orecchini a disco con triplice pendente, decorati da una rosa centrale e da una minuscola testina femminile cesellata con incredibile precisione.
Completano il quadro anelli in lamina d’oro, talora conclusi da protomi leonine di intenso realismo, anelli con pietre incastonate e il celebre schiaccianoci a forma di avambracci, esempio di come anche un oggetto d’uso potesse trasformarsi, a Taranto, in un’opera d’arte. Nel loro insieme, gli Ori di Taranto restano uno dei vertici assoluti dell’oreficeria antica, capaci di affascinare studiosi, artisti e visitatori di ogni tempo.


