di Rosa Elenia Stravato
Tra spada indagine e memoria: la narrativa di Arturo Pérez‑Reverte tra storie e riflessioni
Dalla carriera di cronista di guerra al romanzo storico-avventuroso, fino all’ultimo enigma editoriale “Il problema finale” (Edizioni Settecolori, 2025): un viaggio nella scrittura di un autore che rilegge la Spagna e la tradizione letteraria in chiave moderna
Arturo Pérez-Reverte è nato a Cartagena, nel cuore della Spagna nel novembre del 1951. Dopo aver conseguito gli studi in giornalismo (e in parallelo scienze politiche), ha lavorato per circa vent’anni come inviato di guerra, al servizio di media come il quotidiano Pueblo e la radio-tv pubblica spagnola. Questa esperienza sul campo – tra conflitti in Cipro, nelle Malvinas, in Croazia e Sarajevo – ha inciso profondamente sul suo sguardo narrativo tanto che nei suoi romanzi emergono chiaramente i leitmotiv della memoria, dell’eroismo stanco, della storia incombente.
È del 1986 il suo esordio come romanziere con El húsar, ma il salto internazionale lo ottiene con opere come Il maestro di scherma (1988) e Il club Dumas (1993). A partire dal 1996 inizia la fortunata saga de Il capitano Alatriste, che trasporta il lettore nella Spagna del Secolo d’Oro, tra intrighi, duelli e riflessioni sul passato. Nel corso della carriera, l’autore è stato eletto membro della Real Academia Española nel 2003. Il suo stile si contraddistingue per la fusione di romanzo storico, thriller intellettuale e avventura d’ambientazione mediterranea o coloniale, con una prosa densa ma avvincente, che non evita le sfumature etiche e storiche.
La sua penna presenta evidenti debiti e al contempo rivendica autonomia rispetto a figure chiave della letteratura spagnola del Novecento. Ad esempio, come sottolineato da un ritratto critico, le sue opere ricordano la tensione morale e la “dolorosa lucidità” di autori come Miguel de Unamuno o Camilo José Cela, nei quali la storia, il tempo e l’identità nazionale si mescolano a una voce narrativa consapevole del declino e della complessità. Umberto Eco – parlando di Pérez-Reverte – ne ha evocato e riconosciuto l’eredità di Alexandre Dumas e di Emilio Salgari: «li si legge senza staccare gli occhi dalla pagina». C’è da dire che, nella tradizione ispano-iberica, Pérez-Reverte opera una scelta oculata, chirurgica, si direbbe. Egli non sceglie le rottura sperimentale di Juan Goytisolo e nemmeno la metafora sociale di Francisco Umbral; egli sposa la valorizzazione della narrazione classica, dell’avventura, del romanzo storico, ma con lo sguardo critico del reporter. In tal senso, richiama la «modernità riflessiva» di lettori-scrittori come Camilo José Cela, che pur muovendosi nel realismo narrativo sapevano introspezione e costatazione storica.
La sua attenzione al Mediterraneo, al mare, ai duelli, alla Spagna del passato; lo avvicina a un’autorialità “eroica” e nostalgica che richiama l’epopea de Il Capitano Alatriste ma con una visione disincantata, riconducibile non solo a un’epica romantica ma anche alla consapevolezza tardiva del declino e dell’ambiguità morale: caratteristiche che accostano la sua voce a quella di autori come Miguel Delibes, nei confronti dell’identità spagnola.Potremmo, quindi dire che, Pérez-Reverte si inserisce in una linea di continuità con la tradizione novecentesca spagnola ma con uno stile ibrido: il racconto d’avventura, il thriller e la consapevolezza storica che si ritrovano ampiamente nell’ultima sua fatica letteraria.
Il problema finale (Edizioni Settecolori, 2025) s’ispira esplicitamente al classico giallo della porta chiusa, mescolando ambientazione da “isola isolata”, un cast di personaggi bloccati dal maltempo, e un protagonista inatteso — un attore che un tempo ha interpretato Holmes — chiamato a decifrare un delitto apparentemente suicidio. La trama si apre nel giugno 1960, su un’isola nell’Egeo dove una turista inglese viene trovata morta in una dépendance. Tutto lascia supporre un suicidio, ma vi è anche la possibilità e la plausibilità di un omicidio giacché la stanza è chiusa dall’interno. L’atmosfera richiama sia il mistero classico di ambientazione anglosassone ma anche la tensione psicologica tipica dei ‘closed-room mysteries’. È singolare evidenziare come Pérez-Reverte giochi con la meta-narrativa: l’attore che fa Holmes, il momento in cui la logica deduttiva diventa riflessione sulla finzione, sul ruolo dell’investigatore e sul lettore. L’editore lo definisce come «non è la sfida tra l’assassino e l’investigatore, ma un duello d’intelligenza tra l’autore e il lettore».
Si conferma una scrittura potente ed agile, riflessiva. Una scrittura che ripercorre le atmosfere del mondo classico affiancato alla visione storica-avventurosa dell’autore: una eccezionale sinergia fra la tradizione gialla, la riflessione sulla cultura del detective e la “leggenda” che attornia la figura del detective stesso. Inoltre, la scelta editoriale (prima opera della collana “Il rosso e il nero” dell’editore Settecolori) annuncia la volontà di rilanciare l’autore in un contesto di narrativa internazionale di qualità. Dunque questo romanzo conferma l’abilità di Pérez-Reverte di reinventarsi mantenendo coerenza tematica, di combinare erudizione e intrattenimento letterario di alto livello. Dunque l’excursus dell’autore testimonia come la letteratura possa essere al tempo stesso popolare e di alta qualità culturale, come l’avventura narrativa possa coesistere con la riflessione storica ed etica ed il suo ultimo romanzo – Il problema finale- ne è prova: un’occasione per tornare al giallo classico e al tempo stesso interrogarsi sul ruolo della narrazione e del detective-autore-lettore. Così, leggere Pérez-Reverte significa non solo godere di un romanzo ben scritto, ma accettare l’invito a varcare la soglia della storia, della memoria e dell’avventura – con lo sguardo lucido di chi sa che dietro ogni spada, ogni indizio, ogni duello, ci sono relazioni, cadute, scelte morali. In fondo, come dice lo stesso Pérez-Revert, «un libro è una porta aperta a un mondo straordinario; bisogna essere stupidi a non voler varcare quella porta.»


