di Rosa Elenia Stravato
Riti, simboli e identità collettiva della Quaresima nella cultura tradizionale di Taranto
Nel calendario liturgico della Chiesa cattolica, la Quaresima designa il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua, inaugurato dal Mercoledì delle Ceneri e concluso con la celebrazione della Messa in Coena Domini del Giovedì Santo. Il numero quaranta richiama una simbologia biblica stratificata: i quaranta giorni del diluvio universale, i quarant’anni dell’esodo d’Israele nel deserto, i quaranta giorni trascorsi da Cristo nel deserto in digiuno e tentazione. Dal punto di vista storico-religioso, la Quaresima si configura come tempo penitenziale, orientato alla conversione, alla pratica del digiuno, dell’elemosina e della preghiera. Nel contesto mediterraneo, e in particolare nell’Italia meridionale, questo periodo assume una dimensione che eccede la mera osservanza liturgica, traducendosi in un sistema rituale complesso che coinvolge l’intera comunità. A Taranto, città dalla profonda stratificazione storica — dalla colonia magnogreca alla città barocca e confraternale — la Quaresima rappresenta un dispositivo culturale che intreccia religiosità popolare, identità urbana e memoria collettiva. A Taranto, la Quaresima non è semplicemente un intervallo liturgico, ma un vero e proprio “tempo altro” che sospende la quotidianità. La trasformazione dello spazio urbano è uno degli elementi più evidenti: le chiese si spogliano degli addobbi festivi, le immagini sacre vengono velate, le sonorità si fanno austere. Fulcro simbolico e organizzativo di questo periodo sono le confraternite storiche, in particolare l’Arciconfraternita del Carmine e la Confraternita dell’Addolorata. Queste istituzioni laicali, sorte tra Sei e Settecento, regolano con statuti precisi la partecipazione dei confratelli ai riti, definendo gerarchie, abiti, tempi e modalità di svolgimento delle celebrazioni. Dal punto di vista antropologico, le confraternite agiscono come custodi della tradizione e come agenzie di trasmissione intergenerazionale. L’appartenenza confraternale non è solo atto devozionale, ma anche elemento identitario, spesso trasmesso per linea familiare. Uno degli aspetti più toccanti del periodo quaresimale tarantino è il rito dei cosiddetti “Perdoni”, ovvero le visite penitenziali ai Sepolcri del Giovedì Santo. Le coppie di confratelli, scalzi o con calze nere, vestiti con il tradizionale abito bianco e cappuccio (mozzetta e scapolare), percorrono lentamente le strade cittadine con un’andatura oscillante detta “nazzicata”. La lentezza rituale, il silenzio e la ripetitività del gesto configurano un’esperienza performativa che richiama dinamiche di liminalità, nel senso elaborato dall’antropologo Victor Turner: i partecipanti si trovano in uno spazio-tempo sospeso, separato dalla normalità sociale. Il volto coperto dal cappuccio elimina l’individualità, trasformando il confratello in figura simbolica della penitenza collettiva. La città diviene teatro rituale: il centro storico, le vie del Borgo, le chiese principali costituiscono una mappa sacralizzata, percorsa secondo itinerari codificati. L’evento culminante della Quaresima tarantina è la processione dei Misteri del Venerdì Santo, organizzata dall’Arciconfraternita del Carmine. Le statue che raffigurano i momenti della Passione di Cristo — portate a spalla dai confratelli — attraversano la città in un cammino che può durare oltre ventiquattro ore. La processione rappresenta una drammatizzazione pubblica del dolore e della redenzione. Le statue, oggetti di intensa devozione popolare, sono investite di una forte carica emotiva e identitaria. Il suono delle marce funebri, eseguite tradizionalmente da bande locali, contribuisce a costruire un paesaggio sonoro che amplifica la dimensione affettiva del rito. Accanto alla dimensione pubblica, la Quaresima si manifesta nella sfera domestica attraverso pratiche alimentari specifiche. L’astinenza dalla carne e la preferenza per cibi poveri — legumi, verdure, pesce — rievocano la disciplina penitenziale tradizionale. Piatti tipici della tradizione tarantina quaresimale riflettono un’economia simbolica della sottrazione e della sobrietà. Il cibo, in questo contesto, non è mero nutrimento, ma linguaggio culturale: segnala l’ingresso in un periodo di contenimento, preparando simbolicamente alla rottura festiva della Pasqua. Oggi, le tradizioni quaresimali continuano a esercitare una funzione aggregante. Se da un lato la secolarizzazione ha modificato il rapporto individuale con il sacro, dall’altro le processioni e i riti confraternali mantengono una forte attrattiva, anche turistica.
La Quaresima tarantina si configura dunque come patrimonio culturale immateriale, in cui fede, memoria e spettacolarità rituale convivono. Essa rappresenta un dispositivo identitario capace di rinnovarsi, mantenendo al contempo una continuità simbolica con il passato. In questa sospensione rituale del tempo ordinario, la città rinnova la propria identità, trasformando la penitenza in racconto condiviso e la memoria religiosa in patrimonio vivo della collettività.


