di Rosa Elenia Stravato
La memoria non come rifugio nel passato, bensì forma esigente di fedeltà al presente e al futuro
“Ricordare” che verbo è? Qualcosa che allude solo a sensazioni positive o il computo degli anni che ci hanno portato sino al nostro oggi? Ci sono ricordi costruiti nelle memorie collettive che profumano di spensieratezza ed altri, invece, che raccontano quanto l’uomo – essere sociale- possa cedere alla tentazione di divenire schiavo del potere. Memorie condivise, giudicate, vissute, studiate. Memorie che non possono cedere il passo alla dimenticanza. Eppure c’è stato un tempo in cui siamo stati, come umanità, sollecitati davanti ad una riflessione: “la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”. È qui che “ricordare” ha sprigionato tutta l’urgenza del suo senso più vero.
La Giornata della Memoria, celebrata ogni anno il 27 gennaio, si configura non come una semplice ricorrenza commemorativa, bensì come un dispositivo civile e morale attraverso cui le società contemporanee interrogano sé stesse. La scelta di questa data non è casuale: il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli di Auschwitz, rivelando al mondo l’esistenza di un sistema di sterminio industriale fondato sulla negazione radicale dell’umano. In Italia, il riconoscimento ufficiale giunse con la Legge n. 211 del 2000, mentre la dimensione internazionale fu sancita dalle Nazioni Unite nel 2005, a testimonianza di una volontà condivisa di inscrivere la memoria della Shoah nel patrimonio etico globale. Ricordare, tuttavia, non equivale a ritualizzare il passato. La riflessione sul numero degli ebrei sterminati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti impone un esercizio di rigore storico e, al contempo, di cautela morale. Le cifre, necessarie alla comprensione dell’evento, rischiano infatti di trasformarsi in astrazioni aritmetiche, laddove esse designano vite singole, biografie spezzate, universi relazionali annientati. La storiografia concorda nel riconoscere che circa sei milioni di ebrei europei furono uccisi durante la Seconda guerra mondiale: un numero che non rappresenta soltanto l’entità di un genocidio, ma la sistematicità di un progetto di eliminazione fondato su basi ideologiche, burocratiche e tecnologiche senza precedenti. Tale sterminio non fu l’esito collaterale del conflitto, bensì una sua componente strutturale. A partire dalle leggi razziali, dalle deportazioni forzate e dalla ghettizzazione, la persecuzione antiebraica si configurò come un processo progressivo di spoliazione dell’identità civile, giuridica e umana. I campi di concentramento e, soprattutto, quelli di sterminio — Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Sobibór, Bełżec, Chelmno, Majdanek — furono l’approdo finale di una macchina di morte concepita per rendere l’assassinio impersonale, ripetibile, “efficiente”. Le condizioni di vita degli ebrei deportati nei campi erano deliberatamente disumane. La fame cronica, il sovraffollamento, le epidemie, il lavoro forzato estenuante e la violenza arbitraria delle SS non erano effetti accidentali, ma strumenti di annientamento fisico e psicologico. L’individuo veniva ridotto a corpo sfruttabile o eliminabile, privato del nome e sostituito da un numero; il tempo stesso perdeva consistenza, scandito unicamente dall’alternanza tra fatica e terrore. In questo contesto, la morte non era sempre immediata: spesso si manifestava come lento spegnimento, come consumo graduale della persona, secondo una logica che Primo Levi definì di “distruzione dell’uomo prima ancora della sua uccisione”. Particolarmente significativa è la sproporzione tra il numero di coloro che furono deportati e quello di chi riuscì a sopravvivere. In molti campi, soprattutto quelli esclusivamente destinati allo sterminio, la percentuale di sopravvivenza fu prossima allo zero. Donne, bambini, anziani venivano inviati direttamente alle camere a gas, a conferma del carattere totale della persecuzione, che non lasciava spazio a criteri di utilità o colpa individuale.
L’uccisione di oltre un milione di bambini ebrei rappresenta, in tal senso, uno degli aspetti più radicali e intollerabili della Shoah. Riflettere su questi numeri significa riconoscere che essi non esauriscono il significato della tragedia, ma ne costituiscono la soglia minima di comprensione. Ogni cifra è il segno di una assenza irreparabile, di una voce sottratta alla storia. Nella loro immensità, i sei milioni di morti interrogano ancora oggi la coscienza europea e mondiale, ponendo una domanda ineludibile: come è stato possibile che una civiltà avanzata abbia organizzato scientificamente la distruzione di una parte di sé? La risposta non può essere affidata alla sola memoria commemorativa. Essa richiede uno sforzo continuo di conoscenza, di trasmissione e di responsabilità. Solo mantenendo viva la consapevolezza della portata numerica e delle condizioni materiali dello sterminio è possibile sottrarre la Shoah al rischio della banalizzazione o della negazione, restituendole il suo significato più profondo: quello di un monito permanente contro ogni forma di disumanizzazione legalizzata. La memoria, se autentica, è un esercizio critico che implica responsabilità. È in questa prospettiva che la Giornata della Memoria assume un valore imprescindibile per le nuove generazioni, le quali non hanno accesso diretto all’esperienza storica ma ne ereditano le conseguenze. In un tempo segnato dal riemergere di linguaggi d’odio, dal relativismo morale e da una preoccupante erosione della coscienza storica, la memoria diventa uno strumento di vigilanza: essa educa al riconoscimento dei segni precoci della disumanizzazione e alla consapevolezza che l’orrore non è un’anomalia remota, bensì una possibilità inscritta nella storia degli uomini. In questo contesto, il pensiero di Primo Levi, e in particolare l’opera I sommersi e i salvati (1986), rappresenta una delle più alte e problematiche riflessioni sul Lager e sulle sue eredità morali. Levi rifiuta ogni lettura consolatoria della storia e smaschera l’illusione secondo cui la sopravvivenza coincida con una forma di vittoria.
La distinzione tra “sommersi” e “salvati” non risponde a una logica di merito o di giustizia: spesso, osserva Levi, i veri testimoni sono coloro che non sono tornati, mentre chi è sopravvissuto lo ha fatto anche grazie a compromessi, casualità o privilegi minimi che incrinano l’idea stessa di innocenza assoluta. È qui che si annida la sottile ironia macabra cui Levi allude: i “vincitori” della storia — i salvati, i superstiti — portano con sé il peso di una colpa senza colpa, di una testimonianza inevitabilmente incompleta; i “vinti”, i sommersi, sono invece coloro che, annientati, incarnano una verità più pura ma irrimediabilmente muta. L’ironia tragica consiste nel fatto che il Lager rovescia ogni categoria morale tradizionale: sopravvivere non significa trionfare, così come morire non equivale a fallire. In questo capovolgimento risiede una delle lezioni più perturbanti della Shoah, che impedisce qualsiasi pacificazione retorica con il passato. La Giornata della Memoria, allora, non chiede soltanto di ricordare ciò che è stato, ma di comprendere ciò che può ancora accadere. Essa sollecita una pedagogia della complessità, capace di trasmettere alle giovani generazioni non solo i fatti storici, ma anche le domande etiche irrisolte che essi pongono. Come ammoniva lo stesso Levi, “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo”: la memoria non è un rifugio nel passato, bensì una forma esigente di fedeltà al presente e al futuro.


