Si attendono, invano, da oltre due decenni. Nell’ente che ricorda certi conventi poveri con i frati ricchi. Non servono i convegni, non più. Serve agire con fretta, utilizzando un passo certo. Taranto, senza lo scalo marittimo, farebbe meglio ad abbandonare sogni di gloria sulla sua identità mediterranea
Senza i dragaggi il Porto di Taranto non serve a niente. E’ più infra-stortura che infrastruttura. Mar Morto senza certo – e sicuro – approdo. Vanno bene i convegni, le discussioni con collegamento da remoto, i Piani strategici in doppiopetto. Va bene tutto, ma con la sfilata delle istituzioni non si cambia la sostanza delle cose. Lo scalo jonico aspetta i dragaggi da oltre vent’anni: un’era geologica per la velocità con la quale si movimentano le merci. Un lasso di tempo infinito per il senso di marcia impresso dal capitalismo ai propri affari.
Che fare, dunque? Come superare le gestioni inoperose degli ultimi due decenni all’insegna dei frati ricchi e del convento povero? Serve una legge speciale. Un decreto legge emanato dal Governo con la timbratura dell’eccezionalità. Perché si superino le sciocchezze tutte italiane dei permessi concessi da quell’ente e negati da quell’altro. Della sabbia scavata dai fondali per essere riutilizzata altrove. Una burocrazia da Stato prussiano: dispersiva e cervellotica.
Senza i dragaggi non ha neanche più senso continuare a parlare del rilancio del Porto. Della valenza marinaresca – e mediterranea – di Taranto. Meglio mettersi l’anima in pace. Farlo, magari, ad un convegno con graziose signorine in tailleur che ti aspettano alla porta d’ingresso.


