Vogliamo la ZES. Vogliamo l’Ilva green. Vogliamo il Porto delle meraviglie. Peccato, però, manchino le opere primarie. Le infrastrutture di base. Storia di un fallimento generale. Che si trascina da decenni senza che nessuno muova un dito
Manca la rete fognaria. Manca l’energia elettrica. Mancano le cosiddette opere primarie. E’ una zona industriale da luce spenta quella di Taranto. Da regresso (più che progresso) economico. Da paradosso produttivo perdurante. Statale 106, periferia ovest del capoluogo jonico. La porta d’Occidente. L’area del Porto – e della retroportualità. L’area di una parte dell’Ilva. L’area a ridosso della Raffineria Eni. Lo spazio dove è nata la ZES: la Zona Economica Speciale.
La Taranto della sua storia industriale – quella passata, quella presente, si spera quella futura – è sprovvista di fogna e luce. Come in un qualsiasi villaggio africano a sud del sud del mondo. Vogliamo che le imprese arrivino, s’insedino, presentino i propri piani industriali, rilancino l’occupazione, ma non siamo in grado di garantirgli servizi minimi. Essenziali.
Una situazione che si trascina da anni. Da decenni. Cosa hanno fatto quelli del Comune in tutto questo lasso di tempo? I sindaci che si sono succeduti? Le giunte municipali? I consigli comunali? E l’ASI, il Consorzio per lo Sviluppo delle Imprese, di cosa si occupa se non si occupa di questo genere di cose alla fine? E le associazioni di categorie, quelle che organizzano convegni perché ci si parli addosso. Quelle dal comunicato stampa facile – e dal pensiero contorto. Perché il quarto d’ora di notorietà non venga negato a nessuno, con buona pace di Andy Warhol. Del resto dell’informazione, meglio lasciar perdere: quando non regge il moccolo all’amministratore/presidente/governatore di turno, chiede promozioni per la fedeltà dimostrata. Come nel deserto, la zona industriale di Taranto è un miraggio. Un’illusione ottica. L’interruttore spento di una luce che fa ombra.



