Forni elettrici, DRI, GNL e rigassificatore restano sul tavolo. Paolillo chiede tempi e risorse certi e propone di trasformare le bonifiche in una grande politica industriale e occupazionale
“Il problema non è più soltanto capire cosa accadrà all’ex Ilva. È capire cosa accadrà a Taranto”. È questa la convinzione con cui Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, torna dall’incontro a Palazzo Chigi sul futuro dello stabilimento siderurgico.
Una crisi che, sottolinea Paolillo, “non nasce con l’attuale Governo», ma affonda le proprie radici in «decenni di scelte politiche, istituzionali, industriali e sociali” che hanno legato una parte enorme dell’occupazione tarantina alle sorti di una sola fabbrica. Oggi, però, “tocca a questo Governo decidere”.
L’incontro, secondo Confartigianato, è stato ancora interlocutorio. Al centro del confronto sono tornati i progetti legati ai forni elettrici e al DRI, ma restano aperte diverse questioni: chi investirà, con quali risorse, quali saranno i tempi per l’apertura dei cantieri e quando entreranno in funzione gli impianti. E ancora: se il DRI sarà parte della soluzione, come verrà alimentato? Quale ruolo avrà il GNL e attraverso quale infrastruttura? Il rigassificatore, a terra o galleggiante, è ancora sul tavolo?
“Taranto deve saperlo e deve poter valutare fino in fondo implicazioni e alternative”, afferma Paolillo. “Non sottovalutiamo la complessità della situazione. Ma proprio per questo è arrivato il momento di passare dalle ipotesi alle decisioni”.
La questione, però, non riguarda soltanto tecnologie e infrastrutture. Per Confartigianato la domanda decisiva è un’altra: quanti lavoratori serviranno nella siderurgia di domani e quale sarà il destino degli altri? “Qualunque sarà il nuovo assetto – osserva Paolillo – è realistico ritenere che la siderurgia di domani possa avere bisogno di molti meno lavoratori”. Cassa integrazione, ammortizzatori sociali e scivoli potranno essere necessari, ma “non possono diventare la prospettiva di Taranto. Questa terra non può essere condannata a chiedere soltanto assistenza. Deve poter chiedere lavoro”.
Da qui la proposta di legare la gestione della crisi industriale a una vera strategia di ricollocazione. “Tenere una persona per anni fuori dal lavoro, anche garantendole giustamente un reddito, rischia di impoverirne competenze e prospettive. La tutela deve servire ad attraversare la crisi, non a rendere permanente l’attesa”.
Un principio che, secondo Paolillo, deve valere per dipendenti, autonomi, artigiani e imprenditori. “Non vogliamo scegliere tra lavoro e salute. Dopo tutto quello che Taranto ha vissuto, sarebbe persino offensivo riproporre questa alternativa. Vogliamo poter lavorare, fare impresa e crescere i nostri figli in un territorio sano”.
Ed è proprio sul rapporto tra occupazione e risanamento ambientale che Confartigianato individua una possibile strategia per il futuro della città. “Abbiamo migliaia di persone sostenute con risorse pubbliche perché manca il lavoro e, contemporaneamente, un territorio che necessita di un’immensa opera di risanamento. Perché continuiamo a tenere separate queste due realtà?”.
Le bonifiche, sottolinea Paolillo, “sono prima di tutto un diritto dei tarantini»: dalla terra alle falde, dal mare alle aree contaminate. Ma possono diventare anche «una grande politica industriale e occupazionale”, capace di generare lavoro per imprese, tecnici, impiantisti, aziende edili, autotrasportatori e servizi.
Non si tratta, precisa, di immaginare un trasferimento automatico di migliaia di lavoratori della siderurgia nei cantieri di bonifica. L’obiettivo sarebbe piuttosto costruire “un grande programma industriale delle bonifiche”, sostenuto da una forte regia pubblica e accompagnato da cantieri, formazione, nuove competenze e percorsi di ricollocazione.
“Perché spendere per anni risorse per sostenere l’inattività senza investire con altrettanta determinazione per riportare le persone al lavoro?”, chiede Paolillo. “Se già anni fa avessimo trasformato le bonifiche anche in una grande politica industriale e occupazionale, oggi probabilmente avremmo più territorio risanato, più competenze e meno persone costrette ad aspettare”.
Resta, però, la sensazione che il percorso decisionale continui a procedere senza una direzione sufficientemente definita. “Ad ogni passaggio decisivo, la discussione ricomincia sempre da capo”, sostiene il segretario generale di Confartigianato Taranto. Anche questa volta, spiega, è stato riproposto un Tavolo permanente per Taranto. “Parteciperemo a ogni sede utile, ma il problema non è il numero dei tavoli: è ciò che accade dopo”.
Lo stesso criterio, aggiunge Paolillo, dovrebbe essere applicato ai progetti di reindustrializzazione presentati dal MIMIT. “Saranno vera diversificazione quando diventeranno cantieri, produzione e posti di lavoro”. Un processo che richiederà tempo. E proprio per il periodo di transizione Confartigianato propone al Governo di intervenire sugli strumenti esistenti.
“Se un’impresa artigiana o una piccola impresa assume e forma un lavoratore in cassa integrazione, verifichiamo come gli strumenti pubblici utilizzati per tutelarne il reddito possano accompagnarne anche il ritorno al lavoro”. Nessuna richiesta di «regali alle imprese», chiarisce Paolillo, ma la possibilità di “trasformare, quando possibile, il costo pubblico dell’inattività in un investimento pubblico per il lavoro”.
È con lo stesso metro che, secondo Confartigianato, deve essere valutato anche il Just Transition Fund (JTF). “Se le risorse della transizione non riusciranno a favorire il passaggio concreto di persone dal vecchio sistema produttivo al nuovo, rischieremo di aver finanziato la transizione senza averla realizzata”.
Per Taranto, osserva Paolillo, si tratta di un’occasione che difficilmente si ripresenterà con la stessa disponibilità di risorse. “Non riuscire a trasformarla in nuova economia e nuovo lavoro significherebbe sprecare un’occasione storica difficilmente ripetibile”.
La responsabilità, però, non è soltanto del Governo. “Per anni abbiamo continuato a passare il cerino al prossimo investitore. Oggi dobbiamo prendere atto che alcune responsabilità non possono più essere affidate all’esterno: le bonifiche sono una di queste”.
Ma anche Taranto, secondo Paolillo, deve assumersi la propria parte di responsabilità e interrogarsi sul futuro della siderurgia. “Deve dire se vuole ancora una presenza siderurgica e, se sì, con quali dimensioni e tecnologie, con quali garanzie per la salute e l’ambiente e con quali infrastrutture”. Una scelta che, aggiunge, deve essere compiuta “come comunità, senza contrapposizioni precostituite”.
Sul quadro pesa infine l’avvicinarsi della stagione elettorale. “Il rischio è che all’incertezza industriale si aggiunga l’attesa politica e che, davanti a una crisi tanto complessa, ci si rassegni ad amministrarla: cassa integrazione, proroghe, tavoli, annunci, ancora cassa integrazione”. Per Paolillo sarebbe “la peggiore delle soluzioni»: non risolvere la crisi, ma «imparare a conviverci”.
A Palazzo Chigi, riferisce il segretario generale di Confartigianato Taranto, è stato spiegato che una legge speciale per Taranto richiederebbe troppo tempo e che si intende procedere con gli strumenti già disponibili. “Se questa è la strada scelta – conclude Paolillo – allora si dicano con chiarezza obiettivi, risorse e tempi. Taranto non chiede di essere accompagnata per anni nell’attesa. Chiede la dignità di poter risanare la propria terra, lavorare e fare impresa”.


