di Erasmo Venosi
L’Italia investe poco in formazione e ricerca. Siamo agli ultimi posti in Europa. Il nostro declino si spiega anche per questo. Le parole del governatore della Banca d’Italia
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il paese tornerà al PIL del 2007, che è quello pre-crisi, quest’anno. Circa vent’anni di crisi e perdita di PIL per 400 miliardi di euro.
Il governatore della Banca d’Italia, all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Messina, ha dichiarato: “Valorizzare il capitale umano è una responsabilità collettiva, non solo individuale. Investire in istruzione significa investire nelle potenzialità del Paese”. E ancora: “Lo studio, l’impegno, la tutela della salute sono espressioni fondamentali della libertà”.
Esiste una relazione diretta tra istruzione e investimenti in istruzione, soprattutto universitaria. Università con bassi trasferimenti pubblici vuol dire conseguente bassa innovazione, bassa produttività e bassa crescita. Le affermazioni del Governatore, il migliore dopo Paolo Baffi, trovano riscontro nell’ultimo rapporto OCSE. La spesa per studente universitario è pari a 7755 euro in Italia, marcatamente inferiore alla media UE e OCSE, pari a circa 12.925 euro.
Nei tre livelli di istruzione l’Italia investe il 4% del PIL, la Germania il 4,5%, la Francia il 5%, i paesi nordici Svezia e Danimarca il 6%. Un altro dato colpisce: alla laurea ci arriva il 32% contro una media europea del 47%. Solo il 28% degli italiani compresi nella fascia tra i ventiquattro e i trentacinque anni possiede una laurea. Fra i paesi OCSE l’Italia è in penultima posizione e fa meglio solo del Messico. Tra i paesi UE sempre penultima, davanti soltanto alla Romania.
Considerando ricerca di base, applicata e sperimentale finalizzata allo sviluppo di nuovi prodotti e sommando componente pubblica e privata, la spesa in R&S ammonta nel 2024 all’1,3% del PIL. Il pubblico investe in R&S lo 0,5% del PIL, al diciottesimo posto sui 27 della UE. Negli Stati Uniti tale valore è oltre il 3% del PIL. La media OCSE è al 2,8% del PIL, mentre i Paesi UE investono in media il 2,1% del PIL.
Facendo riferimento alla proposta di alcuni anni fa, validissima ancora oggi, del fisico Amaldi, la bozza originaria del PNRR citava esplicitamente la proposta Amaldi, scomparsa successivamente. La proposta di Ugo Amaldi riguardava soprattutto la ricerca di base. Di quello 0,50% di investimenti rispetto al PIL, l’Italia spende lo 0,32% in ricerca di base e lo 0,18% in ricerca applicata. Bisogna puntare sulla ricerca di base per alcuni buoni motivi: perché la ricerca di base produce nuova conoscenza e perché consente lo sviluppo di nuove tecnologie e di metodi innovativi.
Riguardo alla stagnazione italiana della crescita, una questione mai sufficientemente oggetto di riflessione non è forse la specializzazione produttiva? La specializzazione italiana è nelle medie e basse tecnologie ed è così esposta alla concorrenza delle economie emerse, ed è la causa prima di un ormai trentennale declino.
Le considerazioni del Governatore Panetta sulla centralità degli investimenti nel capitale umano e la necessità di considerare istruzione, ricerca e formazione come strumenti essenziali per lo sviluppo economico e sociale sono quanto mai attuali.
La madre di tutti i problemi del sistema universitario italiano è la scarsità dei finanziamenti. Proprio con il PNRR si era riusciti a sollevare di qualche punto percentuale il finanziamento pubblico, portandolo allo 0,7% del PIL, una percentuale ancora però distante dalla media europea e, ancor di più, da quella dei Paesi con cui l’Italia dovrebbe confrontarsi: Francia e Germania in primis.
Quest’anno i soldi del PNRR cesseranno e il governo non ha fatto nulla per assorbire il contraccolpo che ne verrà. Nonostante un piano dettagliato di finanziamento dell’Accademia dei Lincei da anni, è sempre rimasto lettera morta. La carenza di risorse è la caratteristica identitaria del sistema universitario italiano, che si ripete negli anni a prescindere dal colore politico del governo in carica; quello attuale sta attuando una riforma del sistema di governance dell’accademia che, secondo la Rete delle Società Scientifiche, riduce fortemente l’autonomia.


