di Stefano Cervellera, Professore a.c. di Statistica e Demografia UNIBA
Non servono solo i Piani industriali. Le previsioni economiche. Serve ragionare di ambiente e progresso sostenibile per il siderurgico jonico.Taranto zona di sacrificio per l’Onu
Ex Ilva, i numeri della “Cordata del Nord”: l’acciaio tra margini compressi e l’urgenza sanitaria di una “Zona di Sacrificio”
Analisi sui dati di bilancio delle imprese Federacciai in corsa per il siderurgico: ricavi miliardari ma redditività in tensione. E per Taranto, la transizione non può essere solo un’equazione finanziaria.

L’interessamento formale di tredici aziende associate a Federacciai per l’acquisizione degli asset di Acciaierie d’Italia apre un nuovo, complesso capitolo per il futuro del siderurgico tarantino e dell’intera comunità ionica. Per comprendere le reali direttrici di questa potenziale operazione, è necessario allontanarsi dalle mere dichiarazioni d’intenti e addentrarsi nell’analisi dei dati oggettivi.
La dashboard interattiva realizzata su piattaforma Tableau, alimentata dai micro-dati anagrafici e patrimoniali estratti dal database AIDA, restituisce una fotografia nitida della cordata. Il primo dato che emerge è la marcata concentrazione geografica, molto ristretta, tra la Lombardia, il Veneto ed il Friuli V.G., praticamente il ricco Nord Est italiano. L’asse baricentrico dell’operazione è, comunque, solidamente ancorato in Lombardia, con oltre 7 delle 13 società, che si distribuiscono tra le province di Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova, dove si trovano i centri decisionali dei principali player coinvolti (Marcegaglia ed Arvedi). Si profila dunque uno scenario in cui il più grande impianto a ciclo integrale d’Europa, situato al Sud, verrebbe riassorbito nelle logiche di filiera e di approvvigionamento di un network industriale prettamente settentrionale.

Dal punto di vista puramente economico-finanziario, l’aggregato esprime una potenza di fuoco considerevole, con ricavi delle vendite che superano agevolmente i 12,2 miliardi di euro ed oltre 10.000 dipendenti totali. Tuttavia, un’analisi più profonda degli indicatori di redditività impone severi interrogativi sulla capacità di sostenere il massiccio piano di investimenti necessario per Taranto. Il rapporto tra Margine Operativo Lordo (EBITDA) e fatturato mostra un settore che sconta una strutturale compressione della profittabilità.
A fronte di volumi imponenti, l’EBITDA aggregato si ferma a circa 463 milioni di euro (con un EBITDA margin medio che fatica a superare il 3-5%), mentre la riga dell’utile netto evidenzia il segno meno per diverse delle capofila (tra cui Marcegaglia Carbon Steel, Alfa Acciai e Feralpi, limitandosi ai dati dell’ultimo anno contabile disponibile). A questo si aggiunge una Posizione Finanziaria Netta (PFN) che, in alcuni casi, riflette un indebitamento già significativo.
Il rilancio dell’ex Ilva richiede una transizione ecologica irreversibile verso i forni elettrici (EAF) e il preridotto (DRI). Ci si chiede, alla luce di questi fondamentali di bilancio, in che misura questa cordata settentrionale possa sopportare endogenamente il rischio e l’esborso di capitale richiesto, senza ricorrere a un massiccio leverage o a nuove forme di garanzia pubblica.
Ma l’analisi finanziaria, per quanto rigorosa, a Taranto non basta più. I modelli econometrici e i piani industriali devono necessariamente fermarsi di fronte ai determinanti ambientali e demografici di un territorio giunto alla saturazione. L’applicazione di modelli statistici e spaziali ha già ampliamente dimostrato il violento impatto delle emissioni industriali sul tessuto urbano e sulla salute.
Una Città che si riduce ogni anno, con un saldo demografico negativo enorme, e che l’ISTAT prevede un crollo a 137.000 abitanti nel 2050, contro 184.000 del 2025. Non è un caso che, sulla scorta di tali inconfutabili analisi epidemiologiche e demografiche, la Commissione per i Diritti Umani dell’ONU abbia formalmente decretato Taranto “zona di sacrificio”.
Chiunque si candidi a rilevare l’ex ILVA non sta semplicemente acquisendo un asset produttivo incagliato, ma sta ereditando un debito ambientale e sociale immenso. Il nuovo piano industriale dovrà essere valutato non solo per la sua sostenibilità finanziaria, ma per la sua capacità di azzerare il rischio sanitario per la popolazione residente. Non c’è più spazio per esternalizzare i costi sulla pelle dei tarantini per proteggere i margini operativi di filiere distanti centinaia di chilometri.



