Rinaldo è tornato. E’ la sua nemesi. La sua vendetta postuma. La deludente prassi amministrativa senza l’epilogo delle firme notarili. Passato, presente: cambia poco alla fine
E’ la nemesi di Rinaldo Melucci. La vendetta postuma di colui che fu accompagnato fuori dal tempio con le firme notarili. La riproposizione di uno schema politico immutato, sempre uguale a se stesso. Le similitudini con il suo successore, a Palazzo di Città, incominciano ad essere tante. Rasentano una regolarità sinistra. Di certo impressionante.
Gruppi consiliari che si fanno e si disfano alla velocità della luce. Assessori che si dimettono dopo neanche un anno dall’avvio delle legislatura. Il sindaco, invece, giocando d’anticipo, rinunciò all’incarico quando erano trascorse solo poche settimane dal suo insediamento. Dimissioni rientrate, of course, in tempo utile. Singolari convergenze (parallele) tra maggioranza e opposizione. Tra la sinistra di Palazzo e un paonazzo, stravagante campo conservatore.
Un fastidio epidermico, trattenuto a malapena mediante certi sorrisi amari, per l’informazione libera. Dignitosa. Non ruffiana al cospetto del potere. L’inerzia di una virtuosa prassi amministrativa, di una progettualità strategica, tenuta in ostaggio da derive partitocratiche. Dal protagonismo di eletti inadeguati al ruolo. Il Comune come entità altra rispetto alla comunità. Emblema di un’idea inclusiva, al riparo da ideologie e cerchi magici. Da consulenti e consulenze. Rinaldo è tornato, è di nuovo tra noi. Si scrive governo Bitetti, si legge “Melucci Ter”.


