L’Ilva e il suicidio assistito d’impresa, da introdurre con legge dello Stato, dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano. Le dichiarazioni sul tema che dicono, senza dire nulla, del sindaco di Taranto. E il futuro di una città che andrebbe liberata. Dalle bugie elettorali. Da una politica che si è restituita, a tutti i livelli, inadeguata
Servirebbe una legge sul suicidio assistito d’impresa. L’eutanasia di certe storie produttive di fatto passate a miglior vita. Liberate da immorali accanimenti di Stato. Nel Paese che non annovera una legislazione organica sul fine vita, si tratterebbe di una grande conquista civile. La soluzione ultima, ragionata, all’agonia senza futuro. All’avvenire negato. Alle soluzioni impossibili. Una norma siffatta andrebbe applicata all’istante per l’Ilva. Per un’azienda che non produce, offre sempre meno lavoro, ma continua ad uccidere. Ad inquinare. E a replicare la fasulla dicotomia sui diritti inalienabili: che non potendosi superare a vicenda, si abbandonano all’inerzia. Alla stasi opportunistica.
Cosa viene prima, la salute o il lavoro?, è il più infamante interrogativo trascinatosi dietro dalla modernità. Strumentale. Intellettualmente disonesto. Ascoltato a ripetizione nella Taranto da saccheggiare e abbandonare al proprio destino. L’artificio è nella logica delle cose, ma si fa fatica ad enunciarlo. A chiarirne il senso. Nessun lavoro potrà mai esistere, nessuna vita sarà mai possibile, se viene meno la salute. La Corte d’Appello di Milano, raccogliendo l’istanza di un gruppo di genitori tarantini, ribadisce l’ovvio (chiusura dell’Area a Caldo entro 90 giorni). Sostituendosi alla politica, che ha bisogno del consenso per sopravvivere, non ricorre all’inganno. Alla bugia elettorale. Ai programmi taroccati – e ai Parchi Giochi a Cinque Stelle da far nascere al posto di ciminiere, altiforni e parchi minerali. I suoi pronunciamenti valgono più di mille decreti salva-fabbrica emanati dal governo di turno, perché hanno il merito di guardare dritto negli occhi la realtà. Applicando il diritto ripulito d’inutili rovesci.
La supplenza del potere giudiziario, su quello esecutivo e legislativo, trova nella vicende dell’Ilva una conferma e una legittimazione al tempo stesso. Che si plasma con lo spirito del tempo. La conferma di una politica ormai incapace di pensare. Di agire. Di adoperarsi nel trovare soluzioni. Che cela la propria inadeguatezza dietro comunicati stampa di circostanza. Come quello di quest’oggi a firma del sindaco di Taranto. Che rispetto ad una decisione storica, destinata a cambiare il corso degli eventi per sempre, e segnare il futuro di Taranto, sceglie di dire non dicendo nulla. Invocando una decisione del governo nazionale sul tema che egli per primo, assieme alla sua maggioranza, non ha saputo né prendere né lasciare intravedere. L’Ilva è un malato terminale che sopravvivendo a se stesso ammala gli altri. Più lo si tiene in vita artificialmente, testardamente, più si rischia di far morire tutto il resto. L’eutanasia sarebbe la soluzione. La buona morte che faccia tornare a vivere noi tutti.


