giovedì 23 Maggio 24

La sinistra di destra

La destra del merito considera una perdita di tempo le ragioni reclamate dal bisogno. La profezia di Rino Formica. La vacuità progettuale del Pd

La sinistra alle vongole in luogo di un socialismo riformista. La sinistra dalle poche idee. E quasi sempre confuse. La sinistra catto-ratto-comunista. Una sinistra che, per dirla con le parole di Ezio Mauro, accompagnando Meloni sino alla porta d’ingresso di palazzo Chigi ha, di fatto, espulso l’antifascismo dai principi fondativi della nostra Costituzione. Una sinistra che odia non sapendo – o potendo – amare. Ci voleva la destra per portare una donna a presiedere il governo del Paese dopo oltre mezzo secolo di storia repubblicana. Bisognava che arrivassero i Cinque Stelle perché si parlasse male, ma comunque si parlasse, di povertà e salario d’ingresso. Aspettavamo Letta perché, i temi dell’ecologismo e dei diritti civili, continuassero ad essere poco meno che un orpello per il progressismo di casa nostra. Ci voleva Emiliano a ricordarci come il populismo attraversi gli schieramenti e possa iscriversi, eventualmente, nella storia autobiografica di ognuno di noi. La sconfitta elettorale, maturata solo qualche mese fa, rappresenta il tassello ultimo di un puzzle che non si riesce a completare da anni. Scarabocchiato. Indefinito da sempre. Da quando, con Tangentopoli, comunisti e cattolici pensarono di potersi rifare una verginità politica abbracciando un’idea laburista senza alcuna reale convinzione. Per mero opportunismo. E occupazione di uno spazio politico vantaggioso, lasciato improvvisamente vacante dalle inchieste della magistratura. Meloni vince perché abbiamo la più sconclusionata sinistra del continente più che per meriti propri. Con un quadro dirigente, per larga parte, inadeguato. Orfana dei Gaetano Salvemini. Dei Guido Dorso. Dei Riccardo Lombardi. Orfana di un’idea alta di società. Di un modello di comunità non sconfinato nelle secche del tempo corrente. Sostituiti dai tanti Boccia e Lacarra, che a differenza di Ficarra e Picone, non fanno ridere facendo ridere. La destra della produttività poco s’importa della sinistra e delle sue (eventuali) sensibilità solidaristiche. La destra del merito considera una perdita di tempo le ragioni reclamate dal bisogno. La destra dell’individualismo più sfrenato può non contemplare la socialità nella sua agenda di governo. La destra produttivistica mina l’unità della nazione, con la sua sconclusionata idea di autonomia differenziata, perché difetta nell’analisi e afferra la sintesi con abbracci sgraziati. La destra privilegia la restaurazione quando il conservatorismo attecchisce anche il campo opposto. La destra diventa più volgare, meno presentabile, quando a sbarrarle la strada non c’è più una sinistra. Ancora una volta ha avuto ragione Rino Formica: “La sinistra non esiste senza la sofferenza”. A voi sono sembrati sofferenti i candidati alla segreteria del Pd? La trasmettono, semmai, la sofferenza…

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