sabato 13 Aprile 24

L’inverno ambientalista

I pasdaran dell’intransigenza etica hanno barattato il piglio rivoluzionario di un tempo con l’afonia impoltronita. Il protagonismo da strada con l’aria condizionata della stanza dei bottoni. Nel vario – e ricco – inventario del sottoumano, Taranto si candida a recitare la parte della città protagonista

Cadono le coppie valoriali contrapposte. Si annullano i campi della contesa intellettuale. S’impigrisce la battaglia ideale. Destra e sinistra. Laico e religioso. Cosmopolita e nazionalista. Industrialista e ambientalista. La modernità è andata; confusa, nella lettura a posteriore che se ne compie, con il frullatore dei proclami. Tutto ormai tende ad essere risucchiato in una sorta di omologazione deleteria e posticcia. Nel mondo. In Italia. Nel nostro piccolo microcosmo. Mai come in questo particolare frangente della storia, la parola ecologia è tanto inflazionata quanto bistrattata. Persino equivocata nel dibattito pubblico. Strattonata per meri interessi di parte. A parole tutti auspicano un futuro sostenibile. Un progresso rinnovabile. Un’economia verde. Un’Ilva con l’idrogeno. Un Michele Emiliano statista. Peccato, però, che le buone intenzioni durino giusto il tempo impiegato nel pronunciarle. Il refolo di una brezza primaverile. E finiscano, senza grandi fronzoli e circonlocuzioni semantiche, nei sacchetti vuoti dell’indifferenziato logico. Nell’indistinto comportamentale. Taranto, città dei paradigmi che cambiano per restare fedeli a se stessi, luogo delle novità che si colorano di passato, è un esempio interessante di questo ricco inventario del sottoumano. Qui, si disse solo qualche anno fa, si fa il progresso o si muore. Alla stregua delle parole rivolte dallo scrittore Abba a Garibaldi, nell’ambito del sanguinoso combattimento di Calatafimi: “Qui si fa l’Italia o si muore…”. L’Italia si fece alla fine. Male, ma si fece. Il progresso, invece, lo stiamo ancora aspettando. Anche per colpa di ambientalisti divenuti, nel frattempo, altro. Cooptati nelle istituzioni, i pasdaran dell’intransigenza etica, hanno barattato il piglio rivoluzionario di un tempo con l’afonia impoltronita. La battaglia dei diritti con l’abito delle istituzioni. Il protagonismo da strada con l’aria condizionata della stanza dei bottoni. L’Accordo di Programma che si vuole realizzare, per gentile concessione del ministro Urso, quello inerente la fabbrica siderurgica, è un Accordo di distruzione di massa. Di transizione ecologica al contrario. Rigassificatori. Cementifici. Inquinamento su altro inquinamento. L’industria che si fuma l’ambiente. I profitti che si mangiano un’idea appena decente di qualità della vita. La vittoria, insomma, del pensiero unico. L’azzeramento delle sensibilità che ancora resistono. Sono trascorsi solo pochi anni dalle marce per le vie di Taranto. Dal messaggio dirompente di una nuova Taranto. Dall’anelito ambientalista che pareva farsi verbo. Walter Benjamin diceva: “Il progresso non è accelerare la locomotiva in corsa, ma sapere quando tirare il freno”. Qualcosa di decisamente diverso dal rendere i due sostantivi/aggettivi (ambientalista e industrialista) poco meno – o poco più – che due sinonimi.

 

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