Molto meglio questa espressione che Palazzo di città. “Di” dice che l’edificio in questione appartiene alle istituzioni; “della” che appartiene ai cittadini. Proposta di CosmoPolis
Il municipio di Taranto. La casa comunale. Il luogo, per antonomasia, della politica locale. Facciamo una proposta. Recapitiamo un’idea non richiesta ai suoi inquilini. Al sindaco. Agli assessori. Ai consiglieri comunali. Ai funzionari. Non si chiami più, da questo momento in poi, Palazzo di Città. Ma Palazzo della città. Cambia la preposizione: da semplice diviene articolata. E, in egual misura, cambia il significato dell’espressione. Il suo portato democratico. “Di” dice che l’edificio in questione appartiene alle istituzioni; “della”, invece, che appartiene ai cittadini. Al popolo e non solo a quelle che, una volta, si chiamavano le èlite. Le avanguardie.
Nell’epoca contrassegnata dalla distanza tra eletti ed elettori, con il vincolo di rappresentanza divenuto un ciondolo pendente, si tratterebbe di un bel gesto. Di un atto di trasparenza. Specie, poi, per un’Amministrazione con un indice di gradimento popolare da prefisso telefonico. Chiusa nella propria Fortezza Bastiani. Sospettosa ed insicura.
Con un primo cittadino che preferisce affacciarsi al balcone, invece che scendere per strada, quando avanza la protesta. Che concede interviste al solo giornalista collettivo. A questa politica, ai suoi protagonisti, può venire in soccorso l’analisi grammaticale. Sperando che l’abbiano studiata. “Della” è meglio di “di”. Noi di CosmoPolis, a far data da oggi, chiameremo (e scriveremo) l’edificio progettato dall’architetto Davide Conversano nel XIX secolo, Palazzo della Città. Ci piace di più il suono che evoca.


