mercoledì 21 Febbraio 24

La mia intervista a Letizia Battaglia sul balcone di Palazzo di Città

Il Sud. Taranto. Palermo. Il giornalismo. La mafia. Leonardo Sciascia. Una formidabile maestra, un allievo assetato di conoscenza. La mia fortunata chiacchierata con la grande fotografa siciliana. Dinanzi a noi il mare. E quella idea di circolarità dell’anima

Conobbi Letizia Battaglia più di un decennio fa. Arrivò a Taranto per partecipare ad un convegno organizzato dai rappresentanti del circolo fotografico “Il Castello”. All’epoca dirigevo, da appena qualche mese, “La Voce del Popolo”: storica rivista fondata dai fratelli Rizzo. Le chiesi un’intervista. Lei mi rispose subito di si. Ad una condizione, precisò: “Facciamola fuori. In piedi, affacciati dal balcone. Ho necessità di fumare…”. Per me non ci fu alcun problema. Figurarsi. Ho avuto un padre che mi ha riversato affetto smisurato e nuvole di fumo tratteggiati come ghirigori in cielo. Le sue sigarette si plasmarono con i miei ricordi e odori dell’infanzia. La sua voce rauca finì col divenire, sin dalle prime frasi abbozzate, musica degli affetti per le mie orecchie. Il balcone, poi, non era di quelli dai quali affacciarsi ogni giorno. Da Palazzo di Città – e dal Salone degli Specchi – hai una vista mozzafiato sul Castello Aragonese e sulle Colonne doriche. Scruti il mare come se fosse una lunga lingua dorata dell’identità mediterranea. Delle epopee storiche senza tempo. Ci fu subito empatia tra noi. Alla fine fu lei ad intervistare me. Volle sapere tutto della mia città. Del giornale che dirigevo. Di quali studi avessi fatto. Fu colpita, mi disse, dal fatto che parlandole di Taranto “mi luccicavano gli occhi”. Anche io amo la mia Palermo. “L’amo al punto che se dovesse sparire la piangerei come la più cara delle persone perdute”. Concetto, questo, ripreso da Antonio Gnoli nell’intervista pubblicata su Robinson nei mesi scorsi. Letizia Battaglia ha sempre fotografato in bianco e nero. Come Ferdinando Scianna: siciliani entrambi. Le chiesi il perché privilegiasse questa tecnica? “I colori adulterano, replicano un’estetica che non ascolta il cuore”, mi rispose. Leonardo Sciascia, altro siciliano, diceva che “bisogna partire dall’ombra per cercare la chiarezza e le risposte ai tanti misteri”. Matrici simili di un eguale sentire. Curvature rettilinee di percorsi malfermi. Al pari di certe bizzarrie dell’animo umano. Per scrutare il mondo che sta fuori servono idee. Non molte, ma precise. Chiare. Senza tentennamenti. “E le idee non sono in vendita”. Della sua collaborazione con il giornale palermitano “L’Ora”, iniziata nell’estate del 1969, mi feci raccontare quasi tutto. I primi scatti sulle prostitute che sopravvivevano alle periferie abbandonate della città, le foto che ritraevano gli omicidi di mafia, la scelta del fotogiornalismo come strumento innovativo di comunicazione pubblica. Per ognuna delle mie domande aveva una risposta confezionata con la grazia del talento. “Dietro ad ogni tragedia, e la mafia è tragedia collettiva, esiste una questione sociale irrisolta”. Le mie foto “non esaltano il male, il putrido, l’osceno”. Per me “la disperazione è bellezza”. Al pari della “sconfitta e della cattiva sorte”. Aver appreso della sua dipartita, dopo anni di sofferenze a causa di un tumore e della depressione, ha sollecitato la mia memoria. Ridestato il ricordo. Rimescolato i pensieri. Lei che fumava, io che ascoltavo. La sua esperienza senza età, la mia sete ossessiva di conoscenza. La sua Palermo, la mia Taranto. Tutti i Sud del mondo si somigliano. Proprio come la loro gente.

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