Il sindacato: “Dal futuro del siderurgico all’eredità dei Giochi, dal JTF alle bonifiche, le grandi questioni di Taranto entrano nella fase decisiva. Non conteranno più gli annunci e gli investimenti, ma i risultati”
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“Siamo ancora nel pieno dei preparativi dei Giochi del Mediterraneo e parlare dell’autunno può sembrare fuori tempo. In realtà è proprio adesso che dobbiamo iniziare a pensarci. Perché, quando si spegneranno i riflettori e l’attenzione non sarà più concentrata soltanto sui cantieri, inizierà la stagione delle scelte. Sarà uno degli autunni più impegnativi degli ultimi anni, non soltanto perché molte questioni resteranno aperte, ma perché le principali trasformazioni che interessano Taranto arriveranno insieme al momento della verifica. Il futuro del siderurgico, l’eredità dei Giochi del Mediterraneo, le bonifiche, il porto, l’aeroporto, la logistica, la BRT e il Just Transition Fund non potranno più essere considerati dossier separati.
Saranno il banco di prova della capacità della città di costruire un nuovo modello di sviluppo. Per anni abbiamo affrontato ciascuna di queste sfide come se fosse indipendente dalle altre. È stato questo il nostro limite, perché il problema di Taranto non è mai stato un solo dossier: né il siderurgico, né il porto, né le bonifiche, né i Giochi del Mediterraneo. Il vero limite è stato non riuscire a ricondurre tutte queste sfide a un’unica idea di sviluppo. Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha misurato soprattutto gli investimenti: risorse, cantieri, opere, cronoprogrammi. Era inevitabile. Da ora in avanti, però, questo non basterà più, perché una comunità non cambia quando riceve investimenti; cambia quando quegli investimenti rafforzano le imprese, sviluppano competenze, rendono competitive le filiere, generano lavoro stabile e accrescono la capacità del territorio di produrre ricchezza. È in quel passaggio che nasce lo sviluppo. Da anni sosteniamo una tesi semplice: il problema di Taranto non è la scarsità degli investimenti, ma la debolezza del protagonismo economico della sua comunità. Una città può attrarre investimenti senza diventare più forte e può ospitare lo sviluppo senza riuscire a governarlo.
La differenza sta nella capacità delle sue imprese, delle sue istituzioni e della sua classe dirigente di trasformare le opportunità in crescita duratura. C’è un’immagine che mi accompagna da tempo. Quella di una città che non è stata conquistata, ma che ha progressivamente abbassato le proprie mura. Non quelle di pietra, ma quelle economiche. Le mura che ogni territorio costruisce con le proprie imprese, con la qualità della sua classe dirigente e con la capacità di fare sistema. Quando queste mura si abbassano, nessuno invade la città. Accade qualcosa di più silenzioso. Le decisioni si spostano altrove, il valore prodotto prende altre strade, le imprese locali faticano a crescere e i giovani cercano fuori ciò che qui non trovano. È di questo che dovremmo parlare davvero. Non di quanti investimenti sono arrivati. Ma di quanto protagonismo economico siamo stati capaci di costruire grazie a quegli investimenti.”



