La scelta di Francesco Battista, legittima sul piano democratico, implica un’assunzione di responsabilità rispetto al profilo e alla linea del movimento fortemente discutibili
La figura del generale Vannacci, scelto come volto “dirompente” per le elezioni europee, è degenerato in dissenso e rottura. La sua visione, mai edulcorata ma restituita con una certa fierezza, si fonda su slogan retorici di remigrazione e identità esclusiva, alimentando fratture sociali e un clima di contrapposizione permanente.
Il suo è un manifesto tentativo di polarizzare un contesto politico già fortemente minato. Attraverso nazionalismo esasperato, aggressività verbale, paura e risentimento identitario non costruisce ponti ma muri.
Gli riconosco il merito di non aver mai mistificato le sue posizioni, consegnandosi di fatto a ciò che avrebbe dovuto essere un suicidio politico ma che al contrario ha trovato riscontro in una quota parte di elettorato candidata a studi psicologici seri. I contenuti dei suoi discorsi a matrice discriminatoria su migranti, persone LGBT e minoranze, hanno suscitato (e suscitano) imbarazzi vari e gastriti.
Ora l’ex consigliere comunale Francesco Battista aderisce al nuovo soggetto politico, tentando di innestare in una realtà delicata come Taranto, (già spaccata e frammentata) questa linea di movimento, basata su parole d’ordine e contrapposizioni simboliche fortissime.
Immagino attecchirà come le palme in Groenlandia, ma in questi tempi bui, non si sa mai. Riconosco altresì all’ex consigliere una certa audacia luciferina, mentre in testa risuonano le parole di De Andrè “Ci vuole coraggio, tanto coraggio”.


