martedì 27 Febbraio 24

San Cataldo, l’ospedale che può cambiare il destino di Taranto

Avremo il più moderno nosocomio d’Italia, il secondo più grande dell’intero Mezzogiorno dopo il Cardarelli di Napoli, con più posti-letto del Policlinico di Bari. Se facessimo nascere accanto anche l’Università, con la ricerca di qualità, con le sperimentazioni dall’alta valenza accademica, replicando l’esempio di Bergamo, l’avvenire avrebbe colori diversi da quelli evocati dai fumi dell’Ilva. Siamo padroni del nostro futuro. Vaglielo a dire però alle nostre opache classi dirigenti

Il più moderno ospedale d’Italia per tecnologie utilizzate e modalità di costruzione seguite. Il secondo più grande dell’intero Mezzogiorno, dopo il Cardarelli di Napoli. Con più posti letto del Policlinico di Bari: saranno oltre 700 le unità disponibili (732 per l’esattezza) per i ricoverati che dovessero sceglierlo. Difficile non legare, con questi numeri, il futuro prossimo di Taranto al proprio nosocomio. Il suo avvenire economico e culturale a questo intervento, al di là dei meri riverberi sociali e sanitari che pure si determineranno. La maestosa opera pubblica che si erge alla periferia sud della città, sulla strada che collega il capoluogo jonico a San Giorgio, fa già parlare di sé. E’ stata realizzata in appena due anni e mezzo, rispetto ai cinque previsti dal contratto di appalto. Sei, se si considera l’anno della pandemia. In Italia i tempi per consegnare infrastrutture il cui valore superi i 100 milioni di euro – e il San Cataldo è ampiamente oltre questi importi – è, mediamente, quattordici anni. Quasi cinque volte più di quello che, l’impresa aggiudicatrice dei lavori, ha utilizzato alla fine. Chapeau. Bravi e generosi gli esecutori. Adesso, però, viene il bello o il brutto a seconda dei punti di vista. Per giugno del prossimo anno si potrà tagliare il nastro d’inaugurazione. I politici si faranno vedere tutti, indosseranno il doppiopetto. I giornalisti seguiranno gli stessi con lo stereotipato sorriso ossequiante stampato in faccia.

Ma, un ospedale come il San Cataldo, non è soltanto un’opera di alta muratura. Di eccellente prassi ingegneristica. E’ una comunità funzionale, come si usava dire negli scorsi anni con linguaggio sociologico. Bisognerà riempirla, darle un’anima, assegnarle una funzione. Andranno acquistati macchinari, reclutato del personale. Medici, infermieri, addetti alle pulizie, responsabili della sicurezza. Nel nostro Paese, secondo un’indagine condotta di recente dall’Istat, mancano all’appello 15 mila medici da occupare nel sistema sanitario nazionale. E oltre 40 mila infermieri. Numeri imponenti. Grandezze in grado di assottigliare la preoccupante percentuale dei disoccupati nazionali. Esiste poi, per Taranto, la suggestiva partita non ancora giocata dell’Università da far nascere accanto al San Cataldo. Le aree ci sarebbero anche, interne al perimetro dell’ospedale, per costruire aula magna, aule semplici, laboratori, uffici amministrativi. Servirebbe trovare una ventina di milioni di euro in più. Si potrebbe replicare l’esempio di Bergamo, dell’ospedale Papa Giovanni XXIII ubicato nella città lombarda. Una sorta di cittadella dell’innovazione, della sperimentazione, della ricerca accademica di eccellenza. E, altresì, di ricovero e cura a carattere scientifico. Attrarre studenti offrendo loro corsi e opportunità diverse da quelle che già ci sono in altre città pugliesi e meridionali. Far nascere un indotto con alberghi e ristoranti, servizi che accompagnino questi processi, tutt’intorno. Voltare pagina rispetto alle agonizzanti dispute sulla siderurgia che antepone la produzione di debiti (e malattie) a quella dell’acciaio.

San Cataldo aiutaci tu. Suggerisci alle opache classi dirigenti locali che il futuro ha avuto già inizio. Che la storia può cambiare verso. Che il destino siamo noi a farcelo. Sempre. E che il Novecento, con i suoi stilemi produttivi, le sue dispute ideologiche, è passato da un pezzo.                                                        

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