L’analisi di Milena Gabanelli mette a nudo i conti in rosso e le offerte insufficienti: tra costi già sostenuti dallo Stato e investimenti miliardari necessari, la gestione pubblica emerge come l’unica strada concreta per salvare industria, lavoro e ambiente
Un’acciaieria che ogni giorno resta aperta per perdere denaro, mentre il tempo scorre e le soluzioni industriali si allontanano: è questa la fotografia dell’ex Ilva di Taranto restituita dall’analisi di Dataroom, la rubrica del Corriere della sera a cura di Milena Gabanelli, dove il nodo non è più solo ambientale o occupazionale, ma anche economico e strategico per il Paese.
Secondo i dati riportati dal Corriere della Sera, lo stabilimento brucia almeno un milione di euro al giorno, con perdite mensili che oscillano tra i 40 e i 100 milioni, una voragine che si trascina dal 2012, anno del sequestro per disastro ambientale che ha segnato la fine della gestione privata della famiglia Riva e l’inizio di una lunga stagione di interventi pubblici. Da allora lo Stato ha continuato a sostenere costi ingenti senza riuscire a stabilizzare davvero produzione e prospettive industriali, mentre i tentativi di vendita si sono susseguiti senza esito, con offerte giudicate inadeguate rispetto agli investimenti necessari e ai rischi legati alla riconversione tecnologica e ambientale.
Oggi l’impianto, il più grande sito siderurgico d’Europa, richiede interventi miliardari per essere riconvertito verso tecnologie meno inquinanti e più sostenibili, un passaggio che scoraggia i privati. In questo scenario prende corpo l’ipotesi della nazionalizzazione. Se il mercato non è disposto a farsi carico del rischio industriale e ambientale, allora lo Stato potrebbe assumere il controllo diretto per gestire la transizione, salvaguardare l’occupazione e garantire una produzione considerata strategica per l’autonomia manifatturiera del Paese.
Questo perché l’acciaio resta un settore chiave per l’economia italiana e la sua perdita comporterebbe effetti a catena su intere filiere produttive, oltre a una pesante ricaduta sociale su migliaia di lavoratori.
Come evidenzia Gabanelli, anche nell’ipotesi di chiusura, lo Stato sarebbe comunque chiamato a intervenire per bonifiche ambientali e ammortizzatori sociali, sostenendo costi elevati senza alcun ritorno industrial. Ne consegue che tra continuare a perdere denaro senza una strategia e assumere il controllo per pianificare una riconversione, la seconda strada appare, numeri alla mano, la meno onerosa nel medio periodo e l’unica in grado di tenere insieme industria, lavoro e ambiente in una delle crisi industriali più complesse della storia recente italiana.



