“Quella decisione è la somma di 14 anni di errori commessi dai governi che si sono succeduti”
La sentenza della Corte d’Appello di Milano che dispone la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, alla luce della presenza di amianto e polveri sottili, “era ampiamente prevedibile”. A sostenerlo sono Franco Rizzo e Sasha Colautti, dell’Esecutivo Confederale Usb, secondo i quali la decisione della magistratura rappresenta il punto di arrivo di “14 anni di errori clamorosi nella gestione dello stabilimento siderurgico da parte dei governi che si sono succeduti”.
Per i due esponenti, il pronunciamento riporta al centro una questione che USB sostiene da tempo. “L’intervento dello Stato è l’unica soluzione”. E il Governo, sostengono, non può sottrarsi alle proprie responsabilità. “La presidente Meloni non può dire che ‘non dipende da noi’”, affermano.
La prima emergenza riguarda la sicurezza dei lavoratori. Secondo Rizzo e Colautti, lo Stato deve intervenire per garantire la tutela di tutte le platee occupazionali coinvolte nella vicenda ex Ilva: dai lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria, fino agli addetti delle imprese dell’appalto. Per tutti, chiedono “misure straordinarie” capaci di garantire sicurezza e protezione occupazionale. Parallelamente, secondo i due esponenti, bisogna accelerare sulle bonifiche. “Devono essere programmate immediatamente”, sostengono, richiamando quanto previsto dalla sentenza del Tribunale di Milano. L’intervento, aggiungono, non può riguardare soltanto l’area a caldo, ma deve estendersi anche all’area a freddo, dove “ci sono oltre una decina di situazioni con presenza di amianto con bollino rosso”.
Sul futuro dello stabilimento resta poi il nodo della decarbonizzazione. Per i rappresentanti sindacali non può essere “uno slogan né l’ennesima promessa rinviata nel tempo”. Serve invece un piano industriale sostenuto dall’intervento pubblico, con “investimenti certi” e una programmazione in grado di accompagnare la trasformazione degli impianti senza trasferirne i costi sui lavoratori e sulla città.
Da qui la richiesta all’Esecutivo di assumere direttamente un ruolo nella gestione della crisi e di puntare a un’operazione di salvataggio interamente pubblica. “Ci aspettiamo che il Governo abbia il coraggio di metterci le mani e di portare avanti un’operazione di salvataggio totalmente pubblica”, affermano, chiedendo al tempo stesso di superare una gara che, a loro giudizio, “ormai da tempo assomiglia sempre più a una farsa”.
La posta in gioco, concludono, non riguarda soltanto il destino dello stabilimento ma l’intero tessuto sociale ed economico di Taranto. “Per una volta la politica abbia il coraggio di mettere le risorse sul tavolo”, chiedono, destinandole alla tutela dei lavoratori, delle loro famiglie e a “un serio progetto di riconversione”. “Non si scappa più. O lo Stato interviene o è disastro sociale”.



