A distanza di mesi dall’affidamento dell’incarico a PricewaterhouseCoopers, tuttavia, ciò che emerge è una sensazione diffusa di opacità. La città, o almeno quella parte più attenta e partecipe, non dispone di informazioni chiare sull’avanzamento delle attività: non si conoscono eventuali soggetti interessati, né i criteri che guideranno la selezione dei gestori. Un silenzio che alimenta dubbi, interrogativi e, inevitabilmente, sospetti
Taranto si prepara ad accogliere, nell’agosto 2026, i Giochi del Mediterraneo: un evento di rilievo internazionale che rappresenta, al tempo stesso, una straordinaria opportunità e un banco di prova decisivo per il futuro della città. Non è soltanto una manifestazione sportiva: è un passaggio cruciale che può incidere sulla traiettoria economica, urbanistica e sociale del territorio ionico. Ma, come spesso accade in questi casi, la vera partita si giocherà dopo lo spegnimento dei riflettori.
Il nodo centrale è noto e, ormai, quasi inevitabile: evitare che gli impianti realizzati o riqualificati per l’evento si trasformino in “cattedrali nel deserto”. Un’espressione abusata, forse, ma quanto mai pertinente in un contesto come quello tarantino, segnato da fragilità economiche e da una domanda sportiva che, per dimensioni e capacità di spesa, rischia di non essere sufficiente a sostenere infrastrutture di alto livello.
In questo scenario si inserisce l’incarico affidato dal Comune a PricewaterhouseCoopers (PwC), network internazionale con una consolidata esperienza nelle consulenze strategiche. Una consulenza da 140 mila euro, non “bruscolini” come direbbe qualcuno. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: costruire un modello di gestione sostenibile per dodici asset sportivi, attraverso una combinazione di analisi di mercato, raccolta di manifestazioni di interesse e definizione di partenariati pubblico-privati.
L’elenco degli impianti coinvolti restituisce immediatamente la complessità dell’operazione: dal nuovo stadio del nuoto allo stadio Iacovone, dal campo scuola di atletica al Palamazzola, dalla palestra Ricciardi al pattinodromo, fino al centro Magna Grecia con i suoi otto campi da tennis, al centro nautico e al parco urbano sportivo della Salinella. Una costellazione di strutture eterogenee per funzione, costi e potenziale utilizzo.
A distanza di mesi dall’affidamento dell’incarico, tuttavia, ciò che emerge è una sensazione diffusa di opacità. La città, o almeno quella parte più attenta e partecipe, non dispone di informazioni chiare sull’avanzamento delle attività: non si conoscono eventuali soggetti interessati, né i criteri che guideranno la selezione dei gestori. Un silenzio che alimenta dubbi, interrogativi e, inevitabilmente, sospetti.
In questo vuoto comunicativo trovano inevitabilmente spazio indiscrezioni e ricostruzioni non ufficiali. Tra queste, alcune voci circolate negli ambienti cittadini fanno riferimento a possibili orientamenti politici locali, ancora tutti da verificare, sulla futura gestione di impianti strategici come lo stadio Iacovone, ai fratelli Ladisa e il nuovo stadio del nuoto a un conosciuto imprenditore del territorio. Si tratta di ipotesi certamente prive, allo stato, di conferme formali, che tuttavia contribuiscono ad alimentare interrogativi legittimi sull’effettiva trasparenza e apertura del processo decisionale.
Il punto, più che il merito delle singole voci, riguarda il metodo: in assenza di informazioni pubbliche chiare sull’attività di scouting e selezione dei soggetti interessati, il rischio è che si consolidi nell’opinione pubblica la percezione di percorsi già tracciati o, quantomeno, poco contesi. Una percezione che, anche qualora infondata, finisce per indebolire la fiducia nelle istituzioni e nel buon esito dell’intera operazione.
Per questo motivo, diventa ancora più urgente chiarire criteri, tempi e modalità di affidamento, garantendo procedure aperte, verificabili e realmente competitive, in grado di valorizzare le migliori proposte gestionali nell’interesse della collettività.
Il rischio, in assenza di trasparenza e di regole rigorose, è duplice. Da un lato, quello di affidamenti poco competitivi, che privilegino logiche relazionali rispetto a criteri di merito e sostenibilità. Dall’altro, quello, forse ancora più grave, di ritrovarsi con impianti sottoutilizzati, incapaci di generare flussi economici sufficienti a coprire i costi di gestione.
Ed è proprio il tema dei costi a rappresentare la vera incognita. Strutture come lo stadio del nuoto o il centro Magna Grecia comportano spese significative, sia in termini di manutenzione ordinaria che straordinaria. In un contesto economico segnato dalla crisi del comparto siderurgico e dalle difficoltà del tessuto commerciale, è lecito chiedersi se esista una base di utenza adeguata a sostenerne l’utilizzo.
Prendiamo il caso del tennis: otto campi rappresentano un’offerta importante, ma quanti sono, realmente, i praticanti in grado di garantire una domanda stabile? E quale sarà il modello gestionale? Tariffe elevate per coprire i costi, con il rischio di escludere gran parte della popolazione, oppure contributi pubblici che, nel lungo periodo, graverebbero sulle casse comunali?
L’esperienza di altre città italiane che hanno ospitato i Giochi del Mediterraneo dovrebbe indurre alla prudenza. Napoli, Bari, Pescara: esempi diversi, certo, ma accomunati da una difficoltà strutturale nel valorizzare pienamente gli impianti nel post evento. In diversi casi, le strutture sono rimaste sottoutilizzate o hanno richiesto onerosi interventi pubblici per essere mantenute in funzione.
Taranto ha oggi l’opportunità di imparare da questi precedenti. Ma per farlo occorrono alcune condizioni imprescindibili. La prima è la trasparenza: la cittadinanza deve essere informata, passo dopo passo, sull’evoluzione del processo decisionale. La seconda è la competenza: la selezione dei gestori deve basarsi su progetti credibili, sostenibili e misurabili nel tempo. La terza è la visione: gli impianti non devono essere pensati come entità isolate, ma come parte di un ecosistema sportivo e urbano più ampio.
In quest’ottica, il coinvolgimento del tessuto associativo locale potrebbe rappresentare una leva fondamentale. Allo stesso tempo, sarà necessario attrarre operatori privati capaci di investire e innovare, ma all’interno di regole chiare e di un equilibrio che tuteli l’interesse pubblico. Il partenariato pubblico privato, evocato nel mandato a PwC, può essere una soluzione efficace, ma solo se costruito su basi solide e trasparenti.
Il tempo, però, stringe. L’estate del 2026 è ormai alle porte e, con essa, il momento in cui le scelte dovranno tradursi in atti concreti. Taranto si trova davanti a un bivio: trasformare i Giochi del Mediterraneo in un volano di sviluppo duraturo oppure aggiungere un nuovo capitolo alla lunga storia delle occasioni mancate. La differenza, come spesso accade, la faranno le decisioni prese oggi. E, soprattutto, il modo in cui verranno prese.



