Di Armando De Vincentiis
Le istituzioni, in particolare nei vertici decisionali, sembrano sempre più scollegate dalla realtà quotidiana dei cittadini comuni. Le priorità politiche e industriali – come il riarmo o la spinta alla mobilità elettrica – avanzano senza una reale attenzione ai sacrifici economici richiesti a milioni di persone
Si parla sempre più frequentemente del rischio di un’invasione dell’Europa da parte di un Paese ostile e, di conseguenza, assistiamo a una corsa agli armamenti. Il concetto di deterrenza viene spesso invocato per giustificare tale riarmo.
L’idea è che la minaccia militare possa dissuadere un eventuale aggressore. Tuttavia, alcuni osservatori più lucidi sottolineano che il deterrente potrebbe, paradossalmente, trasformarsi in un incentivo. Se un Paese avesse davvero intenzione di invadere l’Europa e fosse consapevole di un riarmo in atto, con una scadenza dichiarata, non attenderebbe certo il completamento delle operazioni per attaccare.
Si tratta di una dinamica facilmente intuibile, eppure certe scelte sembrano ben lontane da un ragionamento strategico davvero efficace. Eppure, c’è chi crede ancora nella logica della deterrenza. Ideologia che offusca o semplice interesse economico?
Il cittadino comune, che ci crede, è ormai confuso dalla propaganda, sottoposto a una continua informazione contraddittoria, ricevendo messaggi discordanti che possono generare vere e proprie ideazioni paranoiche.
Questo fenomeno è simile a quello che si verifica nelle relazioni personali caratterizzate da comunicazioni ambigue e contraddittorie, in cui il sospetto cresce fino a sfociare in veri e propri deliri paranoici.
Si insinua il pensiero che qualcuno stia mentendo, e questo alimenta la confusione generale o il sospetto.
Un altro esempio lampante di tale dissonanza è dato dalle politiche ambientali europee. Da un lato si sostiene la guerra; dall’altro si chiede ai cittadini di sacrificare la propria automobile (spesso acquistata con enormi sacrifici) per favorire la produzione di veicoli elettrici.
Ma ci si è mai chiesti quale sarà l’impatto economico di queste scelte sulle famiglie? Si prendono in considerazione le difficoltà di chi già fatica ad arrivare a fine mese o a sostenere gli studi universitari dei figli? I decisori politici vedono davvero il volto di queste persone? La risposta sembra ovvia: no.
Così come chi decide di entrare in guerra non contempla il volto di coloro che combatteranno per le sue decisioni, né quello delle famiglie che perderanno i propri figli nel conflitto. Tutto viene deresponsabilizzato in nome di un principio ideologico.
La guerra, da un lato, con la sua logica narcisistica di dominio, e la svolta green, dall’altro, che porta alcuni a credere che vietare la circolazione di determinati veicoli possa risolvere il problema dell’inquinamento globale.
Si tratta, in realtà, di decisioni che hanno un impatto più simbolico che concreto, ma che incidono pesantemente a livello economico, impoverendo operai, impiegati e professionisti, mentre arricchiscono le industrie produttrici—quelle delle armi e quelle dei veicoli elettrici.
Perché mettere guerra e ambiente sullo stesso piano? Perché entrambi sembrano essere strumenti di un disegno economico, privi di un impatto reale se non sulle vite dei cittadini. La produzione di armi serve a contenere un nemico fantasma che, con ogni probabilità, non invaderà mai l’Europa, se non nella visione paranoica di alcuni. La scelta dell’elettrico? Anche qui la risposta è evidente.
Tutto viene deciso senza guardare i volti di chi ne subirà le conseguenze: i cittadini, quelli che si alzano alle sei del mattino per andare a lavorare e che forse dovranno chiedere prestiti per sostenere le spese quotidiane. E senza considerare il volto dei giovani soldati che imbracciano le armi e combattono guerre nate dalle scelte di chi si contende il potere. Il cosiddetto “diritto internazionale” è davvero un diritto? O è solo la legittimazione di un sistema che manda a morire giovani soldati in nome di equilibri costruiti a tavolino?
Lo stesso vale per la “follia green”: alcune figure istituzionali dichiarano che “l’Europa ce lo chiede”, deresponsabilizzandosi dalle conseguenze di politiche che lasceranno milioni di persone in difficoltà, come se ogni decisione dell’Unione Europea fosse automaticamente moralmente e scientificamente corretta. Ma gli ultimi anni hanno spesso dimostrato il contrario.
Osservando queste dinamiche dal punto di vista di uno psicoterapeuta delle relazioni, si nota come le interazioni politiche ripropongano schemi tipici delle relazioni familiari disfunzionali.
Si susseguono comunicazioni paradossali, come: “Lo facciamo per l’ambiente”, con l’implicito sottinteso “a discapito delle vostre tasche”.
Ma l’ambiente economico in cui viviamo non ha forse lo stesso impatto sulla nostra salute?
Che senso ha migliorare la qualità dell’aria se, nel frattempo, lo stress derivante dall’impoverimento porta a malattie psicologiche ancora più gravi? E poi c’è l’argomentazione: “Lo facciamo per i nostri figli”. Davvero? Ma come si possono allevare i figli se le politiche ambientali contribuiscono a impoverire le famiglie? È evidente che si tratta di slogan privi di fondamento, utilizzati per giustificare politiche fittizie il cui unico scopo sembra essere quello di arricchire i produttori.
Ancora una volta ci troviamo di fronte a una comunicazione ontraddittoria, che alimenta divisioni tra i cittadini. Da un lato, c’è chi sostiene che queste misure siano necessarie (magari perché è ricco e ha risorse economiche per affrontarle senza problemi), dall’altro, c’è chi le considera insostenibili, perché vive la realtà quotidiana di un cittadino comune, costretto a gestire spese sempre più gravose. Come faranno i cittadini del nord che non potranno usare le loro auto diesel acquistate con sacrifici? Ma di questo, qualcuno se ne occupa?
Le istituzioni, in particolare nei vertici decisionali, sembrano sempre più scollegate dalla realtà quotidiana dei cittadini comuni. Le priorità politiche e industriali – come il riarmo o la spinta alla mobilità elettrica – avanzano senza una reale attenzione ai sacrifici economici richiesti a milioni di persone. E viene da chiedersi: c’è davvero chi si preoccupa se il cittadino medio è costretto a chiedere prestiti per arrivare a fine mese e, soprattutto, della sua salute mentale?



