di Maria D’Urso
L’odissea della mala burocrazia. La madre di un figlio, affetto da disabilità molto grave, racconta la propria storia dopo lo sfratto a distanza di un anno
È passato un anno da quando il ciclone, della mala burocrazia, che ha travolto le vite di Saverio e Adriana si è dissipato. Un anno in cui madre e figlio disabile non vivono nell’incubo di dover essere sfrattati dalla propria casa, da un momento all’altro, sentendosi continuamente perseguitati. Un anno in cui mamma coraggio e suo figlio, affetto da una disabilità molto grave, hanno dovuto reinventarsi, lontano dalle mura che li ha visti crescere, insieme. Un anno in cui la quiete dopo la tempesta, come racconta Adriana a CosmoPolis, gli ha permesso di ricostruire la propria vita, con qualche frizione.
Signora Adriana, prima di tutto, come state?
“Siamo sereni” sospira, poi riprende con gli occhi lucidi: “Nessuno viene più a bussarci alla porta per cacciarci. Il che, per noi, è già tanto! Certo, continuano le difficoltà quotidiane legate ai servizi e al supporto alla disabilità di mio figlio, Saverio. Situazioni che vivo da oltre vent’anni a cui, vuoi o no, ti abitui. Tuttavia, non ci sentiamo in pericolo e stiamo cercando, seppur con i nostri tempi, di ricostruire i nostri equilibri”. Si ferma Adriana, poi prosegue: “Nessuno mi ha più in pugno, minacciandoci di allontanare Saverio da noi. Questa è stata la sfumatura più pesante di tutta la vicenda e di certo, non reca onore, a coloro che hanno pronunciato tali parole. Hanno toccato, veramente il fondo, e nonostante tutto sono riuscita a tenermi in equilibrio. Bisogna dirlo ad voce: utilizzare le fragilità altrui per tornaconti personali è una bassezza imperdonabile”.
Quello che dice è forte.
“Sì, e non ho paura di parlare. A posteriori, ciò che non condivido è il modo in cui è stata gestita tutta questa vicenda. Legalmente, come ho sempre ribadito, è stato giusto lasciare quella casa, perché non era più di nostra proprietà. Tuttavia, ciò che ancora stentiamo a credere è il modo in cui siamo stati trattati, su ogni fronte: dall’inesistente supporto dei Servizi sociali fino alla giungla del sistema giudiziario” afferma convintamente mamma Adriana.
Come vi siete sentiti?
“Ci siamo sentiti degli abusivi. Degli occupanti. Individui, senz’anima, dal momento che non abbiamo neanche avuto il tempo di sistemare i nostri oggetti, civilmente. Saverio, mio figlio di trentaquattro anni, affetto da una forma di autismo molto grave e oltre alle cure e a tutto ciò che può aiutarlo, ha bisogno di condurre una vita il più possibile ordinaria, metodica e tranquilla. Quello che, invece, non è avvenuto”.
Ripercorriamo la vicenda, dall’inizio ovvero dalla perdita della casa.
“In seguito a un debito con la banca, la casa ci è stata pignorata e, di conseguenza, è finita all’asta. Il debito era di 32 mila euro ed è nato in seguito a dalle spese, necessarie affrontate, per sostenere la condizione di Saverio. Poi, per quanto mi fossi affidata ad un legale per gestire la situazione fallimentare, quest’ultimo ha deciso di non costituirsi e tantomeno ha pensato di dovermelo render noto. L’assenza di un avvocato, costituito, ha fatto la differenza e non ci ha permesso di fare valere i nostri diritti. Io in quel tribunale alle udienze mi sono presentata, ma per la giustizia civile non hai diritto né di presenziare né di poter rappresentarti. Se, questo avvocato, me lo avesse spiegato dall’inizio forse tutto avrebbe avuto un epilogo diverso. I legali che sono intervenuti dopo poco hanno potuto fare per la riparazione alla vendita. È stato solo un vano tentativo che mi ha devastato sia fisicamente sia mentalmente. Soprattutto mi ha dimostrato che la legge non “è uguale per tutti”.
In che senso? Saverio non è stato tutelato?
“No – Adriana trae un lungo respiro, poi prosegue – perché la sua condizione di fragilità è sparita dagli atti giudiziari. Non è mai stata registrata. Eppure, io ho una relazione peritale del tribunale, dove tutto era stato dettagliatamente relazionato. Nella trascrizione, poi depositata, ci sono tanti “refusi”, che mi hanno sempre lasciata perplessa. Infatti, a me non mai stato consegnato nessun atto: monitoravo il tutto dal sito delle Aste giudiziarie. E chi, dopo qualche anno, ha acquistato la casa conosceva bene la condizione di mio figlio, ma non ha voluto ascoltare le nostre ripetute richieste di trovare una soluzione, come il riacquisto dell’immobile o anche la possibilità di pagare un affitto. Dopo un iniziale disponibilità, sono seguiti due anni di braccio di ferro, senza esito positivo. Tutta questa battaglia si è svolta parallelamente a quella con la giustizia: mese, dopo mese, arrivava l’ufficiale giudiziario a ricordarci che avremmo dovuto lasciare la casa. Ripeto, a nulla sono serviti il supporto delle associazioni del Terzo settore e i vari tentativi di mediazione”.
Dopo numerosi rinvii siete giunti allo sfratto.
“È stato tutto molto rapido. Devastante. L’ufficiale giudiziario, quando è arrivato insieme alle Forze dell’Ordine, ha preso in giro tutti, perché io avevo chiesto altre 12 ore, nemmeno un giorno in più, che mi sono state negate. Alla stampa e ai comitati, invece, è stato detto il contrario, convincendomi a farli andare via per poi procedere subito allo sgombero. Io avevo solo bisogno di qualche ora in più per gestire la situazione con Saverio e togliere le ultime cose. Ripeto, le Forze dell’Ordine e l’Ufficiale giudiziario ci hanno preso in giro. Che amarezza!”.
Cosa avete fatto dopo?
“Per fortuna, in previsione degli ultimi rinvii, qualche settimana prima ero riuscita a trovare un garage in cui sistemare le nostre cose. Peraltro, nel pomeriggio avevo un appuntamento con un titolare di un B&B, dove poi abbiamo alloggiato nei giorni successivi”. E Saverio come ha reagito? “Si è sentito smarrito. I suoi occhi blu erano smarriti nel caos. Il suo mondo, quello che avrebbe dovuto rimanere stabile, si è frantumato nel giro di 12 ore. Gli ho mentito, per calmarlo un po’. Ma sono certa che lui, meglio di noi, ha compreso cosa stesse accadendo. Tant’è che a un certo punto è stato proprio lui a consolarci. Ancora oggi, quando passa davanti a “casa nostra” si ferma, spia dalle finestre e poi continua il suo cammino. Saverio è autistico, ma ha da insegnarci tanto in dignità ed umanità”. A tal proposito, facciamo un passo indietro: ammette di non esservi sentiti abbastanza supportati dai Servizi sociali.
In che senso?
“Sì, ci hanno ascoltati, ma non è stato sufficiente. L’unica cosa che hanno potuto proporci è stato un contributo economico. Si sono sempre detti disponibili a garantire 300 euro mensili, per tre anni, vista la situazione di fragilità di Saverio. Dal punto di vista abitativo, invece, non è stata proposta alcuna soluzione concreta. In realtà, a posteriori, ho scoperto che esiste una serie di immobili disponibili. Tornando sul fronte dei Servizi sociali, non solo comunali ma nel complesso, l’aiuto arriva solo quando lo chiedi. Devi essere tu a elemosinarlo. Infatti, ancora oggi, non siamo supportati sia Servizi sociali sia l’ASL. Del resto, continuo a denunciarlo da diversi anni — si ferma un attimo Adriana, poi riprende — che serve un’assistenza reale, continuativa, senza dover continuamente inseguire qualcuno per far valere i nostri diritti essenziali”.
Ci spieghi meglio la questione degli immobili disponibili.
“Si tratta di immobili situati nella provincia di Taranto, che risultano formalmente a disposizione ma non sono in regola. Ne consegue che, pur individuando una soluzione ipotetica (come nel mio caso un’abitazione a San Vito) non possono essere assegnati. Mi chiedo, quindi, chi dovrebbe sanare queste situazioni? C’era, ad esempio, un altro immobile vicino alla scuola Colombo: il custode sarebbe dovuto andare via, poi sarebbe dovuta intervenire l’ASL per verificare l’adeguatezza in tempi che Dio solo conosce. E poi i fondi? Chi li mette? E nel frattempo, pur risparmiando le risorse, la gente dove va a vivere se non ha di fatto una casa?”
Domande più che lecite. Ci ha anche accennato dei cavilli nel sistema giudiziario.
“Sì, fin dall’inizio ci sono state grosse anomalie, a partire dalla condizione di fragilità di Saverio che, ripeto, è sparita dagli atti giudiziari. Inoltre, non è stata trovata alcuna mediazione. L’intero sistema, per come è stato gestito, presenta molte criticità. Dopo nove mesi, dalla Prefettura mi è stato detto che non possono rilasciarmi il documento che attesterebbe le scelte fatte dalla “cabina di regia” costituitasi tra la stessa Prefettura, l’ASL e il Tribunale per gestire la fragilità di Saverio. Si tratta di un atto pubblico: è un diritto che mi viene negato ancora una volta. La procedura è in linea con la legislazione vigente, che prevede la convocazione di tutte le parti per una risoluzione idonea e concertata. Avrebbero addirittura dovuto convocarmi a tali incontri in qualità di Amministratore di Sostegno di mio figlio. Anche eventuali cambiamenti di “regia”, avvenuti in quel fatidico giorno dello sgombero, avrebbero dovuto essere registrati e messi agli atti, ai quali però non riesco ad avere accesso. E, come se non bastasse, chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza pubblica, di fatto, è stato complice di chi ha scelto di procedere in quel modo brutale, considerata la condizione di mio figlio”.
E la politica? Che ruolo ha avuto in tutta questa vicenda?
“La politica, nell’insieme, ha fatto poco e nulla. Ci sono state delle vicende separate, come il sostegno iniziale dall’ex Governatore Michele Emiliano. C’è stata anche una mediazione del Presidente della Repubblica, che tuttavia non è potuta durare a lungo. Anche il Prefetto Demetrio Martino è intervenuto. Peccato, che poi sia stato trasferito. Mentre, il Comune di Taranto, come ho specificato prima, non è riuscito a trovare una soluzione. Piuttosto, molti politici hanno saputo sfruttare questa situazione per dei tornaconti personali perché ci sono state tante passerelle, a livello locale, regionale fino ai vertici nazionali. Passerelle che sono servite ad alimentare contesti mediatici personali. Nulla di più”.
La vostra vicenda ha ricevuto una risonanza mediatica molto forte: dalla stampa locale, regionale e siete finiti anche in prima serata, alle Iene. Cosa vi sentite di dire, a distanza di un anno, al pubblico e a chi vi ha sostenuti convintamente e con affetto.
Quella mattina c’era un via vai di persone, oltre agli amici e parenti che non ci hanno mai lasciati soli. Colgo l’occasione per ringraziarli, ancora una volta: paradossalmente, grazie a loro non ci siamo mai sentiti soli. Amici, parenti, lettori e followers continuano a trasmetterci tanto affetto. Oggi noi stiamo bene: Saverio ha ripreso la sua vita, col supporto dei suoi amici e dell’associazione. Tuttavia, ripeto, rimane l’amaro in bocca per quello che è successo. Trovo assurdo che, per una serie di motivi, ci siano persone che continuano a occupare case abusivamente, per anni, e nel nostro caso, invece, non è stata concessa neppure qualche ora in più, nonostante anche il fratello della proprietaria fosse d’accordo”.
Adriana si ferma, poi riprende con un filo di voce: “Siamo stati trattati come gli ultimi, e forse è effettivamente quello che siamo: l’anello debole di un sistema troppo grande e complesso. Nonostante tutto, però, continuiamo a lottare, a far sentire la nostra voce e a costruire qualcosa di positivo per Saverio e per chi, come noi, si trova in situazioni di fragilità. È questa speranza che ci permette di andare avanti, nonostante le ingiustizie subite” conclude. Adriana non nasconde gli occhi lucidi. Quello che ha visto li rende la sua arma più potente, da cui traspare tutta la sua forza.


