di Armando De Vincentiis
Chi cade in questa dinamica non è innamorato del carnefice per ciò che è oggi, ma per ciò che era o per ciò che si illude possa tornare a essere. È un amore rivolto a un fantasma, a una versione idealizzata che non esiste più, ammesso che sia mai esistita davvero
Quando parlo di dipendenza affettiva, non mi riferisco a un semplice attaccamento. Parlo di quel legame che nasce verso una persona che un tempo è stata importante, centrale, quasi salvifica… ma che oggi non lo è più. O meglio: non lo è più nella realtà, anche se nella testa del dipendente affettivo continua a esserlo. È questo il punto. La dipendenza affettiva non è amore: è un innamoramento verso un’idea, non verso una persona reale.
Chi cade in questa dinamica non è innamorato del carnefice per ciò che è oggi, ma per ciò che era o per ciò che si illude possa tornare a essere. È un amore rivolto a un fantasma, a una versione idealizzata che non esiste più, ammesso che sia mai esistita davvero. E mentre la realtà mostra un individuo che non dà più nulla, se non sofferenza, la mente del dipendente continua a proiettare un’immagine salvata anni prima, come una fotografia che non si aggiorna mai.
È qui che la cecità diventa totale. Il dipendente affettivo non vede più la persona davanti a sé: vede solo la promessa. Vede il ricordo. Vede il potenziale. Vede il “forse domani”. E intanto sopporta, aspetta, giustifica. Ogni mancanza viene reinterpretata, ogni ferita minimizzata, ogni distanza trasformata in un segno da decifrare. È un innamoramento verso un’illusione, non verso un essere umano in carne e ossa.
E poi c’è l’altra parte della trappola: la convinzione che solo il carnefice sia in grado di dare quella spinta dopaminergica che fa sentire vivi. È impressionante come il cervello, in queste condizioni, trasformi una briciola in un banchetto. Una parola gentile dopo giorni di silenzio diventa un miracolo. Un gesto minimo diventa la prova che “allora ci tiene”. E ogni volta che arriva quella briciola, il corpo esplode in un picco di sollievo che sembra amore, ma non lo è. È solo astinenza che si interrompe.
Il ciclo è sempre lo stesso: attesa, briciola, picco, crollo, debito emotivo, nuova attesa. E più soffri, più ti convinci che l’unico antidoto sia proprio chi ti fa soffrire. È un meccanismo perfetto, identico a quello delle droghe: la dose non dà felicità, dà sollievo. E il sollievo dura poco, giusto il tempo di tornare in debito.
A questo punto molti pensano che la consapevolezza basti per uscirne. Magari fosse così. La consapevolezza è il primo passo, certo, ma purtroppo non è sufficiente. Sapere di essere in trappola non significa automaticamente riuscire a scappare. Per farlo serve qualcosa di più concreto: sperimentare ricompense esterne, riconoscere che esistono altre fonti capaci di far provare emozioni simili, o perfino migliori. Bisogna rimettere il naso fuori, provare, rischiare, lasciarsi sorprendere.
Eppure il dipendente affettivo spesso si preclude tutto questo. Ha paura di indispettire il carnefice, come se la sua “fedeltà” potesse essere ripagata un giorno. Come se restare immobili, devoti, silenziosi, potesse convincere l’altro a tornare quello di un tempo. È un autoinganno potente, quasi romantico nella sua crudeltà. Ma resta un autoinganno. Raccontare la trappola è il primo passo per disinnescarla. Il secondo è tornare a vivere, anche un centimetro alla volta, fuori da quel recinto emotivo che ci fa credere che esista un solo modo per stare bene.
La dipendenza affettiva non è una colpa. È un inganno. E come ogni inganno, può essere smascherato.
E il carnefice?
Non sempre è “il cattivo” in senso assoluto. A volte sì, è davvero crudele. A volte è semplicemente un disinteressato che non riesce nemmeno a cogliere la sofferenza dell’altro. A volte è uno sciocco che non sa elaborare quanto lui stesso possa essere importante, e non capisce di avere il privilegio di essere al centro della vita di qualcuno che gli è devoto. A volte è un narcisita patologico, che si nutre della devozione incondizionata dell’altro e resta indifferente alla sua sofferenza.
Non esiste un solo tipo di carnefice. E se la vittima ha bisogno di sostegno, anche il carnefice non è da meno: spesso è una persona che non sa gestire, riconoscere o restituire ciò che riceve.


