Taranto scende in piazza per reagire alla deriva xenofoba. Mentre il primo cittadino diserta l’appuntamento, la sindaca Poli Bortone restituisce un segnale di sensibilità istituzionale
Non un semplice presidio, ma un atto di resistenza e l’espressione corale dell’indignazione popolare. Questo il senso del sit in organizzato questo pomeriggio in Piazza Fontana “Taranto non restare in silenzio” con il quale la comunità ha voluto riappropriarsi dello spazio pubblico per ribadire con forza il proprio dissenso contro ogni forma di odio, violenza e intolleranza razziale, a pochi giorni dalla morte di Bakari Sako.
Una protesta necessaria che ha visto cittadini, associazioni e rappresentanti della società civile stringersi accanto alla comunità africana locale. La manifestazione ha di fatto riportato la vicenda oltre i confini della cronaca nera, restituendole una dimensione più ampia, sociale e civile. Un episodio che non può essere liquidato come fatto isolato, (chiarito dalla stessa procuratrice capo di Taranto Eugenia Pontassuglia ndr), ma piuttosto il riflesso di un contesto segnato da fragilità crescenti, marginalità diffuse e dinamiche di progressiva disumanizzazione.
Alla massiccia adesione della società civile, fa seguito di contro il silenzio istituzionale del Sindaco di Taranto, la cui assenza al presidio alimenta le consuete perplessità sulle scelte di governo, (soprattutto di natura etica e civile), riaccendendo il dibattito sulla postura dell’amministrazione di fronte a simili tragedie.
A peggiorare il quadro, si registra l’omissione di un provvedimento formale per il lutto cittadino, una carenza che è oramai non solo vuoto ma indirizzo politico. Si perde l’ennesima occasione per dare un segnale forte, potente e percepito fin dentro le periferie, nei luoghi difficili di emarginazione e abbandono.
Lo scarto si fa netto se paragonato alla gestione di maggiore sensibilità da parte del Comune di Lecce. Laddove la sindaca Poli Bortone di destra ha infatti deciso di disporre il lutto cittadino, intercettando in tal modo il sentimento popolare come un necessario atto di riparazione civile contro ogni deriva xenofoba.
Emerge cosi l’ennesima frattura, l’insostenibile distanza tra la piazza e il Palazzo. Difficile pensare che la città possa rielaborare un trauma così profondo, interrogarsi sulla presenza delle istituzioni, e sulla impellenza di conferire dignità ai corpi, al di là di colori e appartenenze, se chi è chiamato a guidarla sceglie di non abitare la crisi, disertando quel gesto politico inderogabile.



