A battesimo il palazzo Nove Lune, il nuovo studentato universitario della Città Vecchia. Una struttura restituita all’indomani di interventi ad opera dell’Amministrazione. Eppure sebbene funzionale, il rischio che si tratti dell’ennesima cosmesi urbana capace di canellare identità dei luoghi e memoria storica
L’esito estetico dell’intervento al palazzo Nove Lune esige una riflessione sul concetto di recupero. Le facciate della città vecchia di Taranto segnate dal tempo sono oggi uniformate da tinteggiature piatte e intonaci in ciclostile. L’idea di anestetizzare il passato invece che valorizzarlo la troviamo distante. Assistiamo ad una forma di gentrificazione visiva che mescola decoro con la cancellazione della memoria materiale.
Il tufo dell’isola, impregnato di salsedine e stratificato da secoli di storie bellissime, viene nascosto sotto una patina posticcia che ne azzera la porosità e il carattere drammatico, oltre che la tipicità. Il rischio è trasformare un organismo vivente e unico, un pezzo di storia marinara e nobiliare, in un borgo artificiale.
Abitare questo spazio, intervenire allo scopo di recuperare immobili a rischio crollo, implica operazioni importanti dal punto di vista strutturale e della pianificazione. Ma possono esistere esempi virtuosi in cui la pietra è stata preservata, dimostrando che la messa in sicurezza e l’ammodernamento tecnologico possono coesistere più serenamente nel rispetto filologico dell’archeologia urbana.
Il caso più celebre di riscatto urbano basato sulla conservazione rigorosa è Matera. Il calcarenite (tufo) non è stato coperto da vernici moderne per simulare pulizia geometrica ma consolidato con tecniche bio-edili, malte naturali a base di calce e trattamenti idrorepellenti traspiranti che lasciano la pietra esposta agli agenti atmosferici senza compromettere la stabilità. Il risultato? Mantiene intatta la suggestione cromatica della pietra nuda.
Sebbene si tratti di due realtà diverse è chiaro che il principio resti lo stesso. Troppo spesso confondiamo il concetto di bellezza. Allora forse, dovremmo ripensare a qualcosa di unico e straordinario come questa isola lasciandola cosi come l’abbiamo trovata. Una eredità non solo funzionale o estetica, ma storica e poetica. Perchè è la poesia e il racconto di questi luoghi che vanno preservati.
Una idea che è visione, e non può essere in affido di progetti utili ma non intelligenti. Non è disfattismo, è rivendicare uno spazio urbano che era prima sociale, e vocarlo all’eterno. Vorremmo poterci riconoscere in quegli edifici e vicoli, mantenendone i difetti e amandone le ferite, ancora e ancora, prima che la solerte mano di pittura non ricopri ogni memoria.



