Fanny Dieneba, approdata a Taranto nel 2017, racconta la sua esperienza e commemora il suo amico scomparso in seguito a un agguato della baby gang
Fanny Dieneba si aspettava di tutto, fuorché di attraversare i deserti a bordo di un pick-up e il mare su una barca fatiscente per approdare in una città, Taranto, dove un amico viene ucciso da un gruppo di ragazzini per la sola colpa di averne incrociato il cammino. O di finire lei stessa bersaglio di gruppi di adolescenti, sopportare d’essere colpita da getti d’acqua e birra in piena notte: non si aspettava neppure questo. A Taranto ha trascorso nove dei suoi 25 anni.
È arrivata nel 2017 dopo aver lasciato la sua città, Abidjan, in Costa d’Avorio, per arrivare in Italia, via Libia. In mezzo tre mesi di viaggio su una strada che “ti mangia”, dice. “Era bravissimo, era gentile. Lo conoscevo bene. Per noi era un fratello. È successo a lui d’essere ucciso così, ma poteva accadere a tutti”. Così ricorda Bakari Sako, ucciso in strada da un branco di giovani. “Bakari stava andando al lavoro come faccio io che mi alzo alle 3 per andare a prendere un pullman e magari trovo qualcuno che mi segue e mi fa del male. Ho pensato che possa capitare a me, io cammino sempre da sola alle 4 di mattina e ho paura”. (Fonte Repubblica Bari)



