Una relazione agronomica riapre il vaso di pandora su eradicazioni e abbattimenti in città. L’associazione Lignum contesta la rimozione integrale delle alberature in via Messapia, mentre l’economista ambientale Gladys Spiliopoulos richiama il valore ecologico del patrimonio esistente. Una vicenda che CosmoPolis aveva già sollevato in estate, interrogando il presidente della Commissione Ambiente Giandomenico Vitale sulle politiche del verde e sul futuro urbano di Taranto
La polemica sugli abbattimenti selvaggi non sembra spegnersi neanche all’indomani delle proteste a pioggia incassate negli scorsi mesi dall’Esecutivo comunale. La denuncia ora è partita dall’associazione Lignum – Alberi per Taranto la quale ha contestato la rimozione integrale delle alberature in via Messapia, sollevando così interrogativi, legittimi, sul rapporto tra riqualificazione urbana, tutela del verde e scelte amministrative. La discussione non nasce oggi.
Già quest’estate CosmoPolis aveva dedicato attenzione alla questione degli abbattimenti e alla gestione del patrimonio arboreo cittadino, affrontando il tema, tra le altre cose, nel corso dell’intervista rilasciataci dal presidente della Commissione Ambiente, Giandomenico Vitale, pubblicata il 7 agosto. Ciò che emerge è che per questa amministrazione gli alberi siano più un intralcio più che un’opportunità.
Il dato da cui partire è contenuto nella relazione agronomica del progetto esecutivo e diffusa dall’associazione. Dei 95 alberi censiti in piazza Messapia, soltanto 15 risultano classificati in classe D, quella associata a un’elevata propensione al cedimento e alla necessità di abbattimento. Eppure il progetto prevede la rimozione integrale delle alberature, con la loro sostituzione attraverso un nuovo impianto. Una scelta che, stando alla documentazione esaminata da Lignum, viene ricondotta anche alle esigenze di riqualificazione degli spazi e alle interferenze con le infrastrutture esistenti.
La rimozione degli alberi appartenenti alla classe C precisa Lignum “non sembra addebitabile a un obbligo legato al pericolo d’incolumità, ma piuttosto a una scelta politica e discrezionale di risistemazione degli spazi”. Un conto dunque mettere in sicurezza un albero un altro eliminarlo per ragioni progettuali. Per stabilire se esistessero alternative occorre conoscere le motivazioni tecniche riferite ai singoli esemplari e comprendere quali margini di modifica del progetto siano stati effettivamente considerati.
Come spesso accade questi interventi invasivi giungono senza alcun preavviso e senza che sussista un briciolo di discussione a monte con quelle realtà che sul territorio operano. “Ce ne siamo accorti a giochi fatti”, scrive Lignum, denunciando il mancato coinvolgimento preventivo della cittadinanza. E aggiunge che “finché si continuerà ad agire con questo metodo, il taglio degli alberi sarà l’ultimo dei problemi”.
Il rilievo riguarda il modo in cui vengono determinate trasformazioni radicali, destinate a incidere sulla vita quotidiana dei residenti. Soprattutto in virtù di ragioni legate a cambiamento climatico e carico ambientale, in grado di ridisegnare la toponomastica green dei centri urbani.
Abbiamo a più riprese ribadito fino a che punto la sostituzione di un nuovo albero non possa definirsi compensativa di eradicazioni di alberi maturi, il cui fogliame e dunque resa ecologica tout court, risulti imprescindibile. Chiaro dal contributo di Tracce in materia, restituito nei mesi scorsi.
Ora Gladys Spiliopoulos, economista ambientale e componente del collettivo ritorna a parlarne. Dopo aver esaminato la relazione generale e quella agronomica del progetto, l’attivista riconosce la legittimità degli obiettivi di riqualificazione, dall’accessibilità alla sicurezza, fino alla fruibilità degli spazi. Ma, osserva, “la sostenibilità di un progetto non può essere desunta dalle sue intenzioni. Deve essere dimostrata attraverso la valutazione dei suoi effetti“.

Spiliopoulos richiama in particolare le funzioni svolte come dicevamo, dagli alberi adulti. “L’ombra di un edificio e quella di un albero non sono ecologicamente equivalenti“, scrive, ricordando che le alberature contribuiscono alla regolazione microclimatica attraverso l’evapotraspirazione, intercettano le precipitazioni, accumulano carbonio e sostengono la biodiversità. La loro sostituzione con giovani esemplari non garantisce un’immediata equivalenza, perché il recupero di queste funzioni richiede tempo.
Da qui la critica al semplice rapporto numerico tra alberi rimossi e nuove piantumazioni. “Il numero di alberi piantati non è una misura sufficiente della compensazione ecologica“, osserva l’economista. Contano le dimensioni delle chiome, la biomassa, la capacità di ombreggiamento e il tempo necessario perché le nuove piante raggiungano prestazioni comparabili. Nella documentazione esaminata, l’economista afferma di non aver trovato una quantificazione dei servizi ecosistemici forniti dal patrimonio attuale né una stima del saldo atteso dopo l’intervento.
“Dall’analisi della documentazione disponibile – conclude in modo netto – non emerge la dimostrazione che la rimozione totale delle alberature sia l’alternativa ecologicamente meno impattante, né che il nuovo impianto garantisca un saldo positivo dei servizi ecosistemici rispetto a soluzioni maggiormente conservative“.
Come anticipato l’allarmismo fondato a margine dell’odierno dibattito si situa in una riflessione che CosmoPolis aveva già avviato nei mesi scorsi. Con l’articolo “Tagliamo corto“, pubblicato quest’estate, avevamo denunciato la gestione schizofrenica e predatoria, che vedeva asfaltati corridoi verdi, rimodulando totalmente anche l’aspetto dei luoghi oltre che la loro fruibilità.
Il successivo confronto con il presidente della Commissione Ambiente aveva allargato lo sguardo alla necessità di una strategia ambientale capace di accompagnare le trasformazioni della città.
Vitale aveva affrontato anche le criticità emerse attorno agli abbattimenti legati al BRT, riconoscendo che, quando emergono problemi nella gestione degli interventi, “sia giusto riconoscerlo”. Aveva inoltre richiamato la necessità di un nuovo Piano del Verde, fondato sulle competenze tecniche e su una prospettiva di lungo periodo, con attenzione alla decementificazione, all’ombreggiamento e alla realizzazione di rifugi climatici. Considerazioni queste che sembrano non trovare riscontro a fronte degli attuali e pregressi interventi, di cui ancora non abbiamo piena contezza.
A quanto pare l’Amministrazione non ha compreso, o non vuole comprendere, che preservare il generoso patrimonio arboreo di una città ha implicazioni che investono aspetti come salute pubblica, economia, giustizia sociale e capacità, come detto, di affrontare le sfide del cambiamento climatico, primum delle agende politiche. Sfide per le quali Taranto giunge penalizzata e impreparata.
Crediti foto: Associazione Lignum



