di Maria D’Urso
Riflessioni sull’amore virtuale e reale. Si vive in due mondi. Siamo sospesi tra due dimensioni: quella bella, perché finta, in cui ci piace credere che l’amore sia il motore di tutto e che tutti siamo invincibili, alla disperata ricerca di approvazione. Tra le mura delle nostre case, invece, piangiamo sul reale valore di quanto sia costato quel regalo, quella cena, pensati anche in virtù di essere fotografati e postati sui social
A ogni data rossa sul calendario si ripete sempre la stessa storia. Utenti che inondano i social network decantando la propria giornata spensierata in funzione dell’evento. Da queste pressioni sociali non si sfugge e San Valentino, inevitabilmente, porta con sé una scia di amore e tenerezza apparente. “Il nostro amore è magico e unico”, “Auguri a noi che ogni giorno ci sacrifichiamo”: questi e tanti altri sono stati, grossomodo, i temi dei post che hanno accompagnato foto di regali, dai più semplici ai più dispendiosi, fino a cene ed esperienze romantiche al seguito del Santo tra i più gettonati, e favorito dal capitalismo, dell’anno.
Si potrebbe fare una stima, un elenco, su chi sia andato meglio e chi peggio, ma non è questo il luogo adatto. Piuttosto, chi scrive si pone un’unica e semplice domanda: perché? Chi o cosa spinge questa smania nel voler dare in pasto dettagli della propria vita privata alla mercé dei social network? Perché è proprio su questo che si riflette: l’uso della vita privata. Per carità, non tutti lo fanno e questo è un giornale a cui non piacciono i ragionamenti generalisti. Motivo per cui, da questa riflessione, sono esclusi i professionisti che lavorano con i social network e ne traggono, giusto o sbagliato che sia, vantaggi mostrando la propria vita privata. Questo è un altro filone che merita un esame in separata sede.
Piuttosto, riflettevamo sul fatto che sia ormai un’usanza consolidata quella per cui molti utenti, ovvero persone comuni, diano in pasto alla rete quella che dovrebbe essere la loro vita privata. È ormai consuetudine pubblicare ogni giorno dettagli quotidiani e la cosa altrettanto desolante è che, in questa gogna mediatica, purtroppo, ci finiscono anche i minori. Bambini che non utilizzano i social network ma vengono esposti dai propri genitori. Si pensi ai Gender Reveal. Usanza arrivata da oltre oceano, feste organizzate durante la gravidanza (solitamente tra il quarto e il quinto mese) per svelare in modo creativo e scenografico il sesso del nascituro ad amici e parenti. Dunque, ancor prima di venire al mondo, gli utenti, insieme alle famiglie protagoniste di discutibili video, conoscono il sesso del nascituro. Si conoscono poi altri dettagli: dal nome, a ciò che vorranno i genitori per lui o per lei, e tante altre informazioni raccontate nei video. Sono bambini che, ancor prima di venire al mondo, vedono ledere quei confini degli aspetti personali che ogni essere umano dovrebbe reputare sacrosanti e privati. È una vera e propria violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali. Chi scrive non è genitore, ma trova tutto questo sconvolgente, anche perché sono proprio i genitori i primi che dovrebbero tutelare e proteggere i propri figli, anziché darli in pasto agli utenti.
La normalità è ciò che molti di noi vivono. Dunque, potrebbe essere naturale pensare che i figli, esposti oggi, un domani non vivrebbero questa condizione come una violazione, costrizione, bensì come un aspetto naturale. È un ragionamento che alcune star e figli d’arte ci confermano. Tuttavia, tornando ai comuni mortali, chi scrive si chiede: ma i genitori che postano i propri figli potrebbero pensare che, un giorno, questi ultimi possano ribellarsi a tutto ciò? Sono figlia anche io. Mi sono ribellata alle autorità paterna e materna per cose molto meno importanti.
C’è un termine che quantifica questo nuovo costume sociale: sharenting. Si tratta del fenomeno di una condivisione online costante da parte dei genitori di contenuti che riguardano i propri figli (foto, video, ecografie, storie). All’estero esistono leggi specifiche, mentre in Italia la materia trova riferimenti nel Codice Civile (art. 10, diritto all’immagine) e nel GDPR (privacy dei minori), secondo cui genitori e tutori devono proteggere i figli, che hanno diritto alla riservatezza. Il consenso, per i minori di 14-15 anni, spetta invece ai genitori.
Si è perso, per certi versi, il senso del pudore. Si è persa la delicatezza nel custodire sentimenti privati. Italo Calvino, nelle sue Lezioni Americane, annunciò quelli che per lui sarebbero stati i nuovi principi alle soglie del Duemila. Principi e ideali che la letteratura, nei secoli, ha analizzato nelle opere. Tra questi c’è anche la “Visibilità”, su cui però oggi si potrebbe fare un ragionamento diverso: quando Calvino avanzò queste riflessioni era il 1985, la tecnologia era agli albori, i computer erano un portento per pochi e i social network non esistevano ancora. Chissà cosa rivaluterebbe oggi quell’ideale. Certamente, una mente straordinariamente erudita come la sua si sarebbe divertita a partorire altrettanti ragionamenti interessanti.
La tecnologia che ci governa, anziché essere governata, ci induce a credere che sia più lecito mostrare quanto siamo “giusti” quando siamo felici, spensierati, allineati a una società che ci identifica in un determinato modo. Perché, in fondo, è questo che avviene: un cambiamento nel cambiamento. C’è una parte della società che continua a mutare in funzione della tecnologia, quando invece dovrebbe essere quest’ultima a mutare nella nostra società. Evolversi in funzione di essa può essere giusto sotto certi aspetti e sbagliato sotto altri.
E in tutto questo mare di notizie, di like e di emozioni, la vita privata non è più così privata: è pubblicamente virtuale. Chi scrive, da più di qualche anno, cerca di ridurre al minimo la condivisione della propria vita privata sui social perché non lo ritiene opportuno. E non ha la presunzione di impartire lezioni o di sentenziare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; lo fa semplicemente perché non è pronta, e probabilmente non lo sarà mai, ad adeguarsi a vivere i sentimenti in questo modo. Sì, sono gelosa della mia vita privata. Sono gelosa dei miei affetti, delle cose che sto cercando di costruire, delle perdite che ho subito e che inevitabilmente continuerò a subire. Temo il tempo, che passa così velocemente, per cui preferisco fotografarlo e incorniciarlo nelle foto della mia casa. Ho raggiunto questa consapevolezza da qualche anno e, scorrendo a ritroso i miei social network, è possibile conoscere una parte della vita di una persona che ha deciso di cambiare. Dunque, sono io a rimanere ostinatamente ancorata a un modo di vivere, ormai desueto? Sono io, e chi come me, che non riesce ad adattarsi a questo nuovo fenomeno sociale che ha plasmato una nuova consuetudine, un nuovo modello comportamentale? La verità è, e sempre sarà, nel mezzo delle cose.
E allora, alla luce di queste riflessioni, ci si chiede: perché, alla narrazione positiva, vincente ed emozionale, non si ha il coraggio di affiancare quella negativa? Le bollette e il mutuo da pagare, le ingiustizie in cui ognuno di noi si imbatte quotidianamente sul luogo di lavoro o in qualsiasi altro contesto sociale non sono abbastanza appetibili da innescare like e approvazione? Malattie, perdite.. e chi più ne ha più ne metta. Il punto è che, quando condividiamo qualcosa sui social, diventa anche parte degli altri. E quanto siamo disposti a condividere anche il dolore? C’è chi lo fa e non se ne pente. Se serve per anestetizzarlo e anestetizzarsi, nessuno può giudicare. Anzi, ben venga.
Si vive in due mondi. Siamo sospesi tra due dimensioni: quella bella, perché finta, in cui ci piace credere che l’amore sia il motore di tutto e che tutti siamo invincibili, alla disperata ricerca di approvazione. Tra le mura delle nostre case, invece, piangiamo sul reale valore di quanto sia costato quel regalo, quella cena, pensati anche in virtù di essere fotografati e postati sui social. Viviamo sospesi tra due dimensioni è la vera è sfida è cercare di restare umani.


