La giornalista de la Repubblica si riferisce al processo “Ambiente Svenduto” definendolo “senza senso”, in una lettura che rimuove la storia di Taranto segnata da decenni di emergenza ambientale, dal conflitto tra lavoro e salute e da una giustizia ancora incompiuta. Anche per effetto della prescrizione che ne ha indebolito l’esito
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel racconto che Concita De Gregorio affida a la Repubblica a proposito dell’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Quelle parole evocano l’esigenza di una riabilitazione politica, favorita dall’indulgenza del tempo che passa, ma che finisce per riesumare la memoria di una Taranto violata, abusata e corrotta in perpetua carenza di giustizia, dopo decenni di silenzi, omertà diffusa e crimini ambientali. E quanto difficile e tortuoso sia stato il percorso per giungere alla validazione di quel dolore collettivo, di quell’onta nazionale. Affidato alla grazia di una sola persona, la giudice Patrizia Todisco (lo ricordiamo) autentica chiave di volta di quella vicenda.
Il ritratto restituito, invece, pietoso e parziale, tenta di persuaderci di un’altra verità, benevola e dissimulata, circa la buona fede dei protagonisti di quella stagione nera, consegnandoci una narrazione emotiva capace di assolvere, semplificare o, peggio ancora, rimuovere.
La giornalista racconta il processo “Ambiente Svenduto” come una ferita inferta a un possibile leader della sinistra italiana e come un’occasione mancata per la politica tutta. Una lettura distorta e profondamente iniqua soprattutto se osservata dalla prospettiva di Taranto.
Partiamo dal principio: ciò che il processo avrebbe tolto a Vendola. La questione è posta male, anzi malissimo. La domanda reale è un’altra: cosa Taranto ha perso per decenni? Salute, futuri probabili, opzioni possibili di riconversione autentica, credibilità istituzionale e fiducia nella politica.
Ridurre il processo Ilva a una “macchina del fango” significa dimenticare perché nacque quell’inchiesta, da quale necessità e con quali obiettivi. Vendola non finì coinvolto per un accidente della storia o per un complotto giudiziario, ma per vicende precise finite negli atti processuali. Fra queste, la nota conversazione con Girolamo Archinà, allora responsabile delle relazioni istituzionali Ilva, e le presunte pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, in un momento storico nel quale il conflitto tra diritto alla salute e interessi industriali era ormai diventato insanabile (procedimento conclusosi in primo grado con una condanna a 3 anni e 6 mesi ndr).
Quel processo non può essere raccontato come la vile persecuzione di un uomo politico promettente, né come il prodotto di un pregiudizio. È stato, prima di tutto, il tentativo, tardivo, imperfetto, discusso, di dare una risposta giudiziaria a una delle più gravi emergenze ambientali italiane.
E soprattutto, i fatti di quegli anni smentiscono la visione nostalgica e buonista proposta oggi. Durante la presidenza Vendola, Taranto non vide alcuna svolta reale sul piano ambientale. Gli studi epidemiologici, dallo studio Sentieri in poi, continuarono a registrare aumenti di mortalità, tumori e patologie respiratorie nell’area più esposta all’inquinamento industriale. Le emissioni dell’Ilva restarono al centro dell’allarme sanitario, mentre i quartieri a ridosso della fabbrica continuavano a convivere con polveri e paura diffusa.
Non ci fu neppure quella rinascita sociale che oggi qualcuno lascia intendere. La città rimase stretta fra disoccupazione, dipendenza industriale e impoverimento economico. Il ricatto tra lavoro e salute non venne superato, ma semplicemente “amministrato” in modo disastroso, quando non apertamente subito e archiviato come male necessario.
In quegli anni, chi denunciava veniva spesso liquidato come eco terrorista, estremista, “nemico del lavoro”. Gli ambientalisti che manifestavano nelle piazze, i cittadini che chiedevano controlli e bonifiche, le associazioni che parlavano di tumori e contaminazione venivano considerati esagitati, se non proprio sabotatori di un equilibrio economico che si voleva mantenere intatto a ogni costo. Eppure erano proprio quelle voci, spesso lasciate sole, ad aver compreso prima di altri la profondità della crisi che Taranto stava vivendo.
Per questo e molto altro risulta incondivisibile sostenere che l’Italia abbia perso, a causa del processo, una “leadership d’eccellenza” e che quel processo sia stato “senza senso”. Vendola si è progressivamente allontanato dalla politica non soltanto per una scelta personale, ma perché quella stagione aveva ormai consumato la credibilità di una classe dirigente che su Taranto non riuscì né a proteggere davvero il lavoro né a difendere fino in fondo la salute pubblica.
Cara Concita il vero torto da riparare non può essere il destino politico di un uomo, le cui scelte (e conseguenze) sono imputabili a sue responsabilità specifiche, ma nella ferita aperta di una comunità che resta in affanno, in guerra con se stessa e in credito di riscatto, in virtù di una vergogna tutta italiana chiamata prescrizione. Che di fatto ha sgretolato la bontà di quel processo ( come chiarito da CosmoPolis nella rubrica “Il pensiero laterale” la scorsa domenica) deprivando il territorio di quell’irrinunciabile bisogno di giustizia e dignità e di diritti in negoziazione perenne. L’Italia forse ha perso un leader? Taranto e la Puglia hanno perso molto di più.



