Perché la domanda, banalissima, è questa: possibile che nessuno, e dicasi nessuno, all’interno della Lega Serie A si sia accorto che nello stesso identico fine settimana Roma sarebbe stata invasa contemporaneamente da due eventi giganteschi? Possibile che non ci abbia pensato il presidente, il direttore generale, un funzionario, un segretario, un collaboratore? Perfino l’usciere, volendo. Bastava un click. Uno soltanto. Inserire un vincolo nel sistema e lasciare poi all’algoritmo il resto del lavoro
C’è una scena, nel calcio italiano, che racconta meglio di mille convegni la crisi del sistema. Non riguarda un fuorigioco semiautomatico, un bilancio truccato o una disfatta della Nazionale. No. Riguarda una data. Un semplice giorno sul calendario.
Da una parte il derby Roma-Lazio allo stadio Olimpico. Dall’altra, a pochi metri di distanza, la finale degli Internazionali d’Italia di tennis al Foro Italico. In mezzo, il panico. Questura, Prefettura, organismi per l’ordine pubblico, dirigenti federali del tennis, istituzioni cittadine. Alla fine è dovuto intervenire persino il Prefetto di Roma, mentre il Tar del Lazio, prudentemente, si è chiamato fuori.
Ora, il punto non è soltanto organizzativo. Non è neppure logistico. È culturale. Perché dal 2021 la Lega di Serie A ci racconta di essersi modernizzata. Calendari elaborati da software sofisticati, algoritmi ispirati alla Premier League e alla Liga, asimmetria programmata, ottimizzazione televisiva, massimizzazione degli ascolti, gestione scientifica degli slot. Tutto molto contemporaneo. Molto internazionale. Molto “data driven”. Peccato che, come sempre accade, anche il miglior algoritmo del mondo abbia bisogno di una cosa antica e ormai rarissima nel calcio italiano: l’intelligenza umana.
Perché la domanda, banalissima, è questa: possibile che nessuno, e dicasi nessuno, all’interno della Lega Serie A si sia accorto che nello stesso identico fine settimana Roma sarebbe stata invasa contemporaneamente da due eventi giganteschi? Possibile che non ci abbia pensato il presidente, il direttore generale, un funzionario, un segretario, un collaboratore? Perfino l’usciere, volendo. Bastava un click. Uno soltanto. Inserire un vincolo nel sistema e lasciare poi all’algoritmo il resto del lavoro. Invece no. E allora il problema non è il software. Il problema è il cervello che dovrebbe utilizzarlo.
Il calcio italiano vive esattamente dentro questa contraddizione: pretende di apparire moderno senza esserlo davvero. Compra il vestito dell’innovazione, ma continua a muoversi con l’approssimazione della sagra di paese. E ciò che è accaduto a Roma non è un episodio folkloristico. È una fotografia perfetta del sistema. Perché se una simile superficialità emerge nella gestione del massimo campionato nazionale, viene spontaneo chiedersi cosa accada nei livelli inferiori.
La Serie B, ad esempio, continua a convivere con incertezze societarie croniche, ricorsi, verifiche, parametri finanziari traballanti. La Serie C, che ormai da anni assomiglia più a un laboratorio fallimentare che a un campionato professionistico, è diventata il regno delle penalizzazioni preventive, delle iscrizioni appese a un bonifico, delle società che spariscono e riappaiono nel giro di una stagione.
Il caso della Ternana si aggiunge a una lista ormai interminabile: Brescia, Trapani e molte altre. Punti di penalizzazione distribuiti “in quantità industriale”, come fossero coriandoli di Carnevale. Una situazione insieme drammatica e grottesca.
Così, ogni estate, il calcio italiano vive lo stesso rito: non l’attesa per il mercato, non la curiosità tecnica, ma il conto alla rovescia per sapere quante squadre riusciranno davvero a iscriversi ai campionati. Una specie di lotteria burocratica permanente. E qui emerge un altro grande equivoco nazionale: si continua a parlare di riforme senza avere il coraggio di riformare nulla.
A fine giugno verrà eletto il nuovo presidente della Federcalcio. I nomi sono quelli di Giovanni Malagò e Giancarlo Abete. Oggi il favorito sembra nettamente Malagò, sostenuto, almeno pubblicamente, da calciatori, allenatori, Serie A, Serie B e buona parte della Lega Pro.
Ma chiunque vinca troverà davanti a sé un sistema ingessato, frenato da uno statuto federale che spesso rende quasi impossibile intervenire in modo strutturale. E soprattutto troverà un calcio che da anni confonde la gestione politica con la propaganda. Perché in Italia esiste una convinzione tanto diffusa quanto semplicistica: il giudizio sulla Federazione dipenderebbe esclusivamente dai risultati della Nazionale maggiore. Come se bastasse cambiare presidente, commissario tecnico o direttore tecnico per trasformare improvvisamente l’Italia in una macchina perfetta.
La realtà, però, è infinitamente più brutale. In Serie A ci sono circa 550 calciatori tesserati. Gli italiani realmente convocabili per la Nazionale sono meno di cento. Quelli che giocano stabilmente da titolari, settimana dopo settimana, forse sessanta.
Sessanta. E con sessanta giocatori davvero competitivi dovresti costruire una Nazionale capace di vincere Europei, Mondiali e magari pure convincere esteticamente qualche sofisticato teorico del “calcio propositivo”. Altro che Guardiola. Altro che Maldini dirigente taumaturgo. Qui il problema è molto più a monte: è strutturale, culturale, organizzativo.
Il calcio italiano oggi non soffre soltanto una crisi tecnica. Soffre una crisi di competenza. Che si manifesta nelle grandi cose, debiti, fallimenti, riforme mancate, ma soprattutto nelle piccole. Nelle date sbagliate. Nei dettagli ignorati. Nella incapacità di prevedere ciò che qualunque persona dotata di buon senso avrebbe previsto mesi prima.
E forse è proprio questa la vera metafora del nostro calcio: un algoritmo modernissimo incapace di vedere ciò che era sotto gli occhi di tutti.


