I fratelli Ladisa hanno cambiato tre direttori sportivi e quattro allenatori in poco più di un anno. Una girandola difficile da conciliare con l’idea di un progetto stabile.Calciatori arrivati e partiti rapidamente, decisioni prese di pancia sull’onda dei risultati, un organico continuamente modificato. Eppure gli esempi di giocatori che altrove hanno ritrovato rendimento non mancano: Loiodice a Trani, Sante Russo a Canosa
A Canosa ha vinto De Candia. Tiozzo ha perso la partita. Ci sono gare che spiegano più di una classifica. Canosa-Taranto è una di queste. Il 3 a 0 finale non lascia spazio a interpretazioni, ma soprattutto racconta la differenza tra due squadre e, permettetemi di dirlo, tra due allenatori.
Pasquale De Candia ha preso subito le misure a Luca Tiozzo. Nel primo tempo ha studiato il Taranto, ne ha individuato i punti deboli, ha aspettato. Nella ripresa ha cambiato marcia e lo ha letteralmente sovrastato. Tiozzo, invece, la partita l’ha sbagliata. Non l’ha letta, non ha saputo correggerla quando il Canosa ha preso il sopravvento e non ha trovato dalla panchina le risposte necessarie. E non è un particolare secondario.
De Candia conosce profondamente il calcio dilettantistico pugliese. Sa come si gioca questo campionato, conosce gli uomini, le caratteristiche della categoria, i campi e le difficoltà che si incontrano lungo una stagione. Ha costruito, insieme alla società, una squadra equilibrata, scegliendo calciatori funzionali al progetto.
Tiozzo, invece, arriva a Taranto senza quella conoscenza specifica dell’Eccellenza pugliese e con un curriculum recente che, più che di vittorie, racconta di una sequenza di esoneri. Non è una colpa essere esonerati. Diventa però un dato da valutare quando si sceglie un allenatore per un progetto che dovrebbe riportare il Taranto nel calcio professionistico.
A Canosa, poi, alcune scelte sono apparse difficili da comprendere. Mandare in campo un giocatore arrivato appena due giorni prima significa assumersi un rischio enorme. Se poi la squadra perde 3 a 0 e nella ripresa si scioglie, è inevitabile chiedersi quale fosse la logica di quella scelta. Il campo, alla fine, ha dato la risposta.
Il Canosa ha una squadra. Il Taranto è ancora un insieme di giocatori. Il Canosa è costruito con criterio. Ha equilibrio in ogni reparto, giocatori capaci di fare la differenza,Bernaola, Iagulli, Lavopa (per esempio) e davanti una coppia come Di Piazza-Lattanzio, che in questa categoria fa paura a tutti. Anche la panchina offre alternative importanti.
Il Taranto, invece, continua a dare l’impressione di essere nato dalla somma di nomi, curriculum e aspettative. Le famose “figurine” di cui abbiamo già scritto. Calciatori arrivati anche dall’estero, alcuni reduci da periodi di inattività, altri con un passato importante alle spalle, ma forse con meno fame di quella necessaria per affrontare un campionato come questo. A Canosa una postura sbagliata di Morales, uno dei più esperti difensori del Taranto, ha dato il via alla “scorpacciata” di Lattanzio e Company.
Perché nel calcio, soprattutto in queste categorie, il passato non gioca. Gioca la fame. Gioca quella che, con un termine intraducibile, ma efficacissimo, chiamiamo “cazzimma”. E domenica, a Canosa, quella del Taranto non si è vista. La squadra dura un tempo. Poi si spegne. E chi entra dalla panchina non riesce a cambiare la partita.
Il problema, però, viene da più lontano. Qui arriviamo alle responsabilità della proprietà. I fratelli Ladisa hanno cambiato tre direttori sportivi e quattro allenatori in poco più di un anno. Una girandola difficile da conciliare con l’idea di un progetto stabile. Calciatori arrivati e partiti rapidamente, decisioni prese di pancia sull’onda dei risultati, un organico continuamente modificato. Eppure gli esempi di giocatori che altrove hanno ritrovato rendimento non mancano: Loiodice a Trani, Sante Russo a Canosa.
Non è necessario cercare colpevoli. Basta guardare i risultati. Il Taranto è ancora sesto. E davanti corrono. Lo Squinzano è primo con 19 punti, il Canosa secondo a 18, il Taurisano sorprendentemente terzo a 14, Trani e Ostuni a 13. Il Taranto è lì dietro che arranca, ma per una squadra costruita per vincere il campionato non è esattamente la posizione che ci si aspettava. Il campionato è lungo, lunghissimo. Ma il tempo delle prove, quello sì, dovrebbe essere finito.
E i grandi progetti? Cosa vogliono veramente i Ladisa? Parlano di futuro, di ambizioni, di un grande progetto per la città. La cittadella dello sport, il partenariato pubblico-privato di 82 milioni di euro, gli investimenti annunciati, le ricadute occupazionali.
Tutto molto importante. Ma c’è una domanda semplice che continua a tornare: qual è, oggi, il progetto sportivo del Taranto? Se esiste un futuro. Perché mentre si parla del futuro della città, il presente del Taranto prosegue cambiando direttori sportivi, allenatori e calciatori. E il calcio, quello vero, come sappiamo non vive di proclami. Vive di risultati.
Con una riflessione. Trent’anni dopo, ancora Canosa. Canosa, per me, non è uno stadio qualunque. Nel 1995 ci andammo con il mio Taranto, quello che avevo affidato a un giovane Ivo Iaconi. Vincemmo con uno splendido gol di Piero Caputo. Quella vittoria segnò l’inizio della nostra fuga per il ritorno immediato nel calcio professionistico.
Sono passati trent’anni. Eppure il calcio continua a raccontare le stesse verità. Una squadra costruita bene riconosciuta in campo. Un allenatore che sa leggere la partita. Calciatori affamati. Una società che sa scegliere e, soprattutto, sa aspettare.
Per il Canosa, domenica, tutto questo c’era. Per il Taranto, no. De Candia ha preso le misure a Tiozzo. E Tiozzo non ha trovato il modo di liberarsene. Il 3 a 0 è soltanto il risultato finale. La vera notizia è un’altra: il Canosa ha dimostrato di essere una squadra. Il Taranto lo deve ancora dimostrare.


