In questo scenario, l’elezione del nuovo presidente federale assume un valore decisivo. Chiunque sarà chiamato a guidare la Federcalcio dovrà affrontare una montagna di problemi ben più grandi delle difficoltà riscontrate nella Nazionale maggiore
Il calcio italiano e quella crisi che rischia di diventare irreversibile. Vive il calcio italiano, una crisi profonda. Sarebbe però riduttivo limitarla alle deludenti prestazioni della Nazionale maggiore, incapace ancora una volta di conquistare il “passaporto” per i Mondiali. Quella della Nazionale è soltanto la fotografia più evidente di un sistema ormai logorato nelle fondamenta.
La vera crisi è strutturale, economica, culturale e perfino ideologica. Coinvolge l’intero movimento calcistico nazionale: dai grandi club della Serie A, sempre meno competitivi in Europa, fino alla Lega Nazionale Dilettanti. Un sistema frammentato, dove ogni componente continua a vivere e operare come un compartimento stagno, difendendo esclusivamente i propri interessi e il proprio peso politico.
La Serie A appare inamovibile nei suoi principi, forte della propria autonomia economica e televisiva. La Serie B, a sua volta, ha consolidato nel tempo una propria indipendenza gestionale e finanziaria. Le note dolenti arrivano invece dalla Serie C, divenuta ormai l’emblema delle contraddizioni del calcio italiano.
Sessanta squadre rappresentano un numero insostenibile. Un format che produce perdite economiche diffuse, instabilità cronica e un susseguirsi continuo di penalizzazioni, fallimenti, esclusioni e radiazioni. Ogni stagione si chiude lasciando in eredità classifiche falsate da inadempienze amministrative e società incapaci di rispettare obblighi fiscali e contributivi.
Il problema non riguarda soltanto le piccole realtà. Anche piazze storiche e ambiziose, sostenute da investimenti enormi rispetto alla categoria, rischiano il collasso se non raggiungono immediatamente l’obiettivo della promozione. La Ternana rappresenta soltanto l’ultimo caso emblematico di una deriva pericolosa. Attendiamoci sorprese da Salerno e Catania.
Nel frattempo aumentano le probabilità di riammissioni e ripescaggi. A Foggia si spera proprio in questo scenario, segno evidente di un sistema che sembra ormai vivere più di procedure amministrative che di risultati sportivi conquistati sul campo.
Situazione altrettanto delicata in Serie B, dove la Juve Stabia, finita in gestione giudiziaria per infiltrazioni mafiose accertate dal Tribunale di Napoli, rischia seriamente di non ottenere la Licenza Nazionale necessaria per l’iscrizione al prossimo campionato. Se dovesse verificarsi l’irreparabile, non augurato a nessuno,a beneficiarne sarebbe il Bari, riammesso attraverso i meccanismi regolamentari previsti dalla Federazione.
È il simbolo perfetto di un calcio che da troppo tempo sopravvive tra deroghe, eccezioni e rattoppi normativi, senza affrontare mai il nodo centrale della questione: il modello non è più sostenibile.
Ai problemi economici si sommano quelli infrastrutturali. Molti club, soprattutto nelle categorie inferiori, non riescono ancora a garantire impianti adeguati agli standard richiesti. Nel frattempo il costo del lavoro in Serie C continua a crescere in maniera sproporzionata rispetto ai ricavi reali del sistema.
Eppure, nonostante tutto, ogni tentativo di riforma si arena contro resistenze politiche e interessi di bottega. Tutti sanno che sessanta club professionistici, in terza serie, sono troppi. Tutti conoscono i numeri di un dissesto ormai cronico. Ma nessuno sembra possedere davvero la volontà, o forse il coraggio, di intervenire.
Lo statuto federale, le logiche elettorali interne e gli equilibri di potere continuano a paralizzare ogni cambiamento. Ogni componente difende il proprio “orticello”, ignorando che il fallimento del sistema rischia ormai di diventare irreversibile.
In questo scenario, l’elezione del nuovo presidente federale assume un valore decisivo. Chiunque sarà chiamato a guidare la Federcalcio dovrà affrontare una montagna di problemi ben più grandi delle difficoltà riscontrate nella Nazionale maggiore.
Ma il sentimento diffuso resta quello magistralmente descritto da Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Nel frattempo, l’11 giugno inizierà negli Stati Uniti la Coppa del Mondo per Nazioni e l’Italia resterà a casa. Ancora una volta davanti alla televisione.
Non resta allora che aggrapparsi a Carlo Ancelotti, nuovo commissario tecnico del Brasile e tifare almeno per lui. Paradosso finale di un calcio italiano che continua a esportare grandi allenatori mentre perde, stagione dopo stagione, credibilità, competitività e identità.


