Evani percorre tutta la trafila delle giovanili del Milan, gioca sempre sotto età. La qualità dei suoi colpi e la sua intelligenza tattica sono evidenti. Il debutto in prima squadra arriva nel 1981. Sono anni complessi per il club, quelli della presidenza di Giuseppe Farina. Ma anche stagioni formative, come quella della Serie B vinta con Ilario Castagner in panchina. Poi, improvvisamente, cambia tutto
Ci sono carriere che si raccontano con i numeri, con le coppe sollevate e le partite giocate. E poi ci sono storie che si raccontano soprattutto con i sentimenti. Quella di Alberico Evani, per tutti Chicco, appartiene a questa seconda categoria.
Centrocampista offensivo di grande tecnica, piede sinistro educato e visione di gioco raffinata, Evani è stato uno dei protagonisti di una delle epoche più gloriose del Milan. Ma prima dei trionfi e delle notti europee, prima delle coppe e dei gol entrati nella memoria dei tifosi, c’è la storia di un ragazzo di Massa.
Tutto comincia lì, in una squadra di giovanissimi che vinceva praticamente tutto. In quel gruppo c’erano anche ragazzi destinati a un futuro importante come Fabrizio Lorieri, Roberto Mussi e Sergio Battistini. Talento, entusiasmo e sogni che sembravano ancora lontani dal grande calcio.
Poi arriva una segnalazione. Un provino. L’estate calda del 1977. A osservarlo c’è Italo Galbiati, allora tecnico della Primavera rossonera. Chicco ha appena quattordici anni quando varca per la prima volta i cancelli di Milanello. È un salto enorme: lascia la famiglia, la sua città, le sue abitudini. A Milanello regna una disciplina quasi militaresca e per un ragazzo così giovane non è facile.
La nostalgia di casa si fa sentire. Anche perché il padre non c’è più. Ma a sostenerlo ci sono i consigli della mamma, l’affetto dei fratelli, e soprattutto una passione immensa per il pallone. È quella passione che gli dà la forza di resistere e andare avanti.
Evani percorre tutta la trafila delle giovanili del Milan, gioca sempre sotto età. La qualità dei suoi colpi e la sua intelligenza tattica sono evidenti. Il debutto in prima squadra arriva nel 1981.
Sono anni complessi per il club, quelli della presidenza di Giuseppe Farina. Ma anche stagioni formative, come quella della Serie B vinta con Ilario Castagner in panchina. Poi, improvvisamente, cambia tutto.
Nel 1986 il Milan passa nelle mani di Silvio Berlusconi. Il nuovo presidente, nel giorno della sua presentazione, annuncia un progetto ambizioso: il Milan diventerà il club più forte d’Italia, d’Europa e del mondo. Non era soltanto una promessa.
Con la guida rivoluzionaria di Arrigo Sacchi e una struttura dirigenziale di altissimo livello, nasce una squadra destinata a entrare nella leggenda. Il Milan vince tutto. Scudetti, Coppe dei Campioni, trofei internazionali. E Chicco Evani è lì, dentro quella storia.
Sempre con il suo stile: mai sopra le righe, mai una parola fuori posto, sempre pronto a lavorare per la squadra. La sua carriera è impreziosita anche da alcune perle che i tifosi ricordano ancora oggi, come il gol decisivo contro l’Atlético Nacional nella finale della Coppa Intercontinentale 1989 o la splendida punizione contro il FC Barcelona nella finale della Supercoppa Uefa del 1989.
Poi arriva il momento di cambiare strada. Nel 1993 il Milan cambia pelle e Evani sceglie di trasferirsi alla Sampdoria, dove trova più spazio e nuove motivazioni. È anche una scelta in prospettiva della Nazionale. Con la maglia azzurra, arrivata forse un po’ tardi, rispetto al suo valore, vive l’avventura dei mondiali 1994 negli Stati Uniti. Una cavalcata straordinaria che si ferma soltanto in finale, nella notte amara dei rigori. Nessuno avrebbe potuto immaginare che a sbagliare sarebbero stati campioni come Franco Baresi, Daniele Massaro e Roberto Baggio. Con la Sampdoria arriva anche la gioia di una Coppa Italia, un trofeo che mancava nella sua bacheca. Poi, con naturalezza, arriva il momento di appendere gli scarpini al chiodo.
Allenare non era inizialmente nei suoi piani. A convincerlo è un amico di sempre, Franco Baresi. Evani riparte dai bambini, dagli esordienti del Milan. Ancora una volta dal basso. Ancora una volta con discrezione. Negli anni guida diverse nazionali giovanili azzurre e vive anche la difficile parentesi della gestione azzurra di Gianpiero Ventura. Poi arriva la grande soddisfazione: essere il braccio destro di Roberto Mancini nel trionfo agli Europei vinti dall’Italia nel 2021. Un’altra pagina di storia.
Il calcio però, a volte, presenta anche conti difficili. Come nella stagione complicatissima della Sampdoria, quando Evani viene chiamato a sei giornate dalla fine per tentare un’impresa quasi impossibile: la salvezza. Con lui ci sono Attilio Lombardo e Grecucci. Una rincorsa carica di orgoglio, conclusa simbolicamente a Salerno, tra l’abbraccio dei tifosi doriani.
Oggi Chicco Evani si gode la tranquillità di Forte dei Marmi. È il tempo della famiglia, dei ricordi, dei nipotini. Eppure, quando parla del calcio, i suoi occhi si illuminano ancora. Il pallone, dice spesso, è stato il suo migliore amico. Un amico che gli ha regalato tutto. Ma che, in qualche modo, gli ha anche rubato qualcosa. Tempo. Momenti. Occasioni vissute lontano da casa.
Solo con il passare degli anni si è accorto che i suoi figli, tre femmine e un maschio, stavano diventando adulti, a volte anche senza di lui accanto. Cerimonie mancate, giorni importanti sacrificati per una partita, un ritiro, un viaggio. È il prezzo silenzioso di tante carriere sportive.
Eppure non c’è amarezza nelle sue parole. Piuttosto una consapevolezza matura, quella di chi guarda indietro con gratitudine. Perché, nonostante tutto, quel pallone resta il suo miglior compagno di viaggio. E se un giorno dovesse tornare a chiamarlo, Chicco lo sa bene: sarebbe difficile, forse impossibile, rispondere di no.


