La verità è che quella del calcio italiano non è soltanto una crisi tecnica. È, prima di tutto, una crisi di sistema. Un sistema in cui ogni componente, fino ai livelli del Consiglio Federale, sembra spesso più attenta alla difesa del proprio orticello che a una visione condivisa. Un sistema appesantito da norme statutarie e regolamentari in alcuni casi obsolete, che finiscono per ostacolare proprio quelle riforme che sarebbero ormai indispensabili
Parlare oggi della Nazionale italiana di calcio significa inevitabilmente confrontarsi con una realtà amara: l’eliminazione dal prossimo Mondiale e la sconfitta ai rigori contro la Bosnia non rappresentano un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una crisi profonda, stratificata, ormai strutturale.
Sarebbe fin troppo facile fermarsi all’analisi della singola partita. Eppure, anche lì, i segnali sono stati evidenti: la mancata copertura tattica sulla fascia sinistra, con responsabilità condivise tra Politano, Mancini e Bastoni, il fallo evitabile dello stesso Bastoni, le occasioni sprecate che avrebbero potuto chiudere il match. E poi, soprattutto, quell’atteggiamento rinunciatario, quasi timoroso, che ha visto la squadra schiacciarsi nella propria area per oltre ottanta minuti, offrendo uno spettacolo lontanissimo dalla nostra tradizione storica. Un catenaccio passivo, più subito che scelto, che ha finito per rappresentare non una strategia, ma una resa culturale.
Ma fermarsi qui significherebbe non comprendere la portata reale del problema. La sconfitta è solo la conseguenza. La causa è altrove. L’opinione diffusa, ed è difficile smentirla, è che questa Nazionale non sia costruita su grandi valori tecnici. E come potrebbe essere altrimenti, se il sistema che dovrebbe alimentarli è in evidente difficoltà? Il “potere di acquisto” dei club italiani è crollato negli ultimi anni, relegando il nostro calcio ai margini delle grandi dinamiche internazionali. In questo contesto, aspettarsi un riscatto dalla rappresentativa azzurra appare quasi anacronistico, soprattutto se si considera un clima generale tutt’altro che coeso, con tensioni e frizioni anche nei rapporti con la Lega di Serie A. La verità è che quella del calcio italiano non è soltanto una crisi tecnica. È, prima di tutto, una crisi di sistema.
Un sistema in cui ogni componente, fino ai livelli del Consiglio Federale, sembra spesso più attenta alla difesa del proprio orticello che a una visione condivisa. Un sistema appesantito da norme statutarie e regolamentari in alcuni casi obsolete, che finiscono per ostacolare proprio quelle riforme che sarebbero ormai indispensabili. Le radici di questa crisi affondano lontano: almeno dal 24 giugno 2014, con le dimissioni di Giancarlo Abete dopo l’eliminazione dal Mondiale brasiliano. Da allora, il quadro non ha fatto che peggiorare, tra tentativi incompiuti e occasioni mancate.
Eppure, nel dibattito pubblico, prevale un altro riflesso: il tiro al bersaglio. Un esercizio ormai abituale, che coinvolge media, opinione pubblica e, più in generale, il nostro modo di affrontare le difficoltà. Si passa rapidamente dall’esaltazione alla demolizione. L’esempio più recente è quello di Pio Esposito: osannato come la risposta ai nostri problemi offensivi, è bastato un errore dal dischetto per trasformarlo in bersaglio di critiche, arrivando perfino a coinvolgere Gattuso nella gestione di quel momento. Un copione già visto, che non aiuta né i singoli né il sistema.
Nel frattempo, l’industria calcio italiana, un tempo tra le più rilevanti del Paese, continua a perdere terreno. Il confronto con Inghilterra, Germania, Spagna e Francia è impietoso, soprattutto sul piano finanziario. I nostri campionati offrono uno spettacolo sempre meno attrattivo per investitori, sponsor e televisioni. Gli stadi, spesso obsoleti e poco funzionali, rappresentano un ulteriore freno allo sviluppo. L’interesse verso il prodotto calcio italiano è in costante calo.
In questo contesto, individuare un colpevole unico, oggi identificato in Gabriele Gravina, può essere comprensibile, ma rischia di essere fuorviante. Il problema è più ampio, più radicato, più complesso. E soprattutto, la domanda fondamentale resta senza risposta: quali sono le alternative? Esiste davvero una classe dirigente emergente, capace di guidare una rifondazione credibile? Il Ministro dello sport Andrea Abodi, che si è espresso con chiarezza, dispone già di una strategia concreta?
Perché il rischio è che il cambiamento resti solo di facciata. E allora tornano inevitabilmente alla mente le parole di Tomasi da Lampedusa ne il Gattopardo: “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Una citazione abusata, forse. Ma oggi più che mai attuale. Perché senza una riforma profonda, culturale prima ancora che tecnica o organizzativa, il calcio italiano continuerà a girare su sé stesso, prigioniero delle proprie contraddizioni. E ogni sconfitta, come quella contro la Bosnia, non sarà altro che un nuovo, prevedibile capitolo della stessa storia.
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