Per molti anni abbiamo immaginato che il centro del calcio fosse un luogo geografico. L’Europa, il Sudamerica. Oggi il centro del calcio è dove si costruisce meglio. Il Marocco non ha spostato il pallone. Ha spostato la nostra idea del pallone. Ed è questa, forse, la sua vittoria più grande
Il Marocco e il momento in cui una sorpresa smette di esserlo. C’è un momento preciso in cui una squadra smette di essere una sorpresa. Non coincide con una vittoria. Le vittorie possono essere casuali. Nemmeno con un’impresa, perché anche le imprese appartengono qualche volta al vento favorevole di un pomeriggio. Una squadra smette di essere una sorpresa quando comincia a ripetersi.È quello che sta accadendo al Marocco.
Abbiamo continuato a raccontarlo come se fosse ancora la bella favola africana del Mondiale di quattro anni fa, la squadra capace di arrivare dove nessuna nazionale del suo continente era mai arrivata. Ma nel frattempo il tempo è passato. E il tempo, nello sport, è il giudice più severo.
Il Marocco è rimasto. Ha cambiato qualche uomo, ha cambiato l’allenatore, ha modificato qualcosa nella sua idea di calcio, ma è rimasta la sostanza. E la sostanza è una squadra che sa esattamente cosa vuole diventare.
Il 3-0 contro il Canada dice questo molto più del punteggio. Il Canada giocava in casa, aveva entusiasmo, pubblico e un movimento che negli ultimi anni è cresciuto molto. Il Marocco ha avuto la pazienza delle squadre adulte. Ha aspettato che la partita gli consegnasse gli spazi e, quando li ha trovati, l’ha chiusa senza concedere repliche.
Le grandi squadre fanno proprio questo.Non hanno bisogno di dominare sempre il pallone. Hanno bisogno di dominare i momenti. È una differenza enorme.
Il merito è anche di Mohamed Ouahbi, arrivato dopo un allenatore importante come Walid Regragui senza avvertire il bisogno di rivoluzionare tutto. È una tentazione frequente nel calcio moderno: cambiare per dimostrare di esistere. Ouahbi ha scelto invece la strada più difficile. Ha conservato ciò che funzionava e lo ha fatto evolvere. Oggi il Marocco difende ancora con ordine, ma ha imparato anche ad attaccare con più uomini e con maggiore libertà. È una squadra meno prudente, ma non meno equilibrata.
Poi ci sono i giocatori. Achraf Hakimi, che gioca nel PSG, è ormai uno dei simboli del calcio contemporaneo. È un difensore soltanto per convenzione. In realtà interpreta il campo intero, portando energia e personalità a ogni azione. Brahim Díaz, oggi al Real, aggiunge fantasia e tecnica tra le linee. Yassine Bounou continua a dare quella serenità che soltanto i grandi portieri sanno trasmettere. E attorno a loro cresce una generazione di centrocampisti come Bilal El Khannouss, dello Stoccarda, Neil El Aynaoui, oggi alla Roma, e Azzedine Ounahi, che gioca nel Girona, capaci di dare qualità e ritmo a una squadra che non vive più soltanto di organizzazione.
È forse questa la vera novità. Per anni le nazionali africane sono state raccontate attraverso il loro atletismo, la loro forza fisica, il loro entusiasmo. Come se fossero destinate a compensare con l’energia ciò che mancava in cultura tattica.
Il Marocco rompe definitivamente questo luogo comune. È una squadra europea nella disciplina e sudamericana nell’iniziativa. Ma resta profondamente africana nell’orgoglio con cui interpreta ogni partita.
È una sintesi rara. Per questo il quarto di finale contro la Francia sarà molto più di una partita. Ci dirà se il Marocco può vincere il Mondiale.Ma una risposta, in fondo, l’abbiamo già ricevuta.Non dobbiamo più chiederci se il Marocco sia una sorpresa.
Dobbiamo domandarci se siamo stati noi ad accorgerci troppo tardi che era diventato una grande squadra. Per molti anni abbiamo immaginato che il centro del calcio fosse un luogo geografico. L’Europa, il Sudamerica. Oggi il centro del calcio è dove si costruisce meglio. Il Marocco non ha spostato il pallone. Ha spostato la nostra idea del pallone. Ed è questa, forse, la sua vittoria più grande.


