La sensazione, sempre più diffusa negli ambienti vicini al progetto dei Ladisa, è che l’amministrazione comunale stia rallentando rispetto alle aspettative iniziali e rispetto a quelle aperture, anche politiche, che avevano accompagnato l’arrivo della famiglia Ladisa in città. Nessuno parla di rottura definitiva, né tantomeno di scenari compromessi. Ma appare evidente un cambio di atteggiamento
Taranto si gioca una partita che va ben oltre il calcio. I Giochi del Mediterraneo rappresentano una occasione storica di rilancio infrastrutturale, economico e identitario per una città che troppo spesso ha visto sfumare promesse e progettualità. Otto impianti restituiti al territorio, completamente riqualificati, un investimento pubblico imponente e, soprattutto, lo Stadio Erasmo Iacovone destinato a diventare il simbolo della nuova stagione cittadina: oltre settanta milioni di euro per quello che sarà il vero gioiello dell’impiantistica sportiva tarantina.
Attorno a questo scenario si stanno inevitabilmente muovendo interessi imprenditoriali importanti. Non è un mistero che il nuovo sistema sportivo cittadino possa diventare un asset strategico capace di attrarre investitori internazionali. In quest’ottica trova sempre più conferme l’interesse del colosso americano Legends Global, realtà leader mondiale nella gestione integrata di stadi, eventi e grandi strutture sportive. Una eventuale operazione di sistema che coinvolgesse Iacovone, piscine olimpiche, Magna Grecia e PalaMazzola proietterebbe Taranto dentro circuiti internazionali non soltanto sportivi ma anche commerciali, musicali, fieristici e turistici, con evidenti ricadute occupazionali ed economiche.
Ed è proprio qui che il tema diventa delicato. Perché all’interno di questa prospettiva imprenditoriale esiste un attore che, fin dal primo giorno, ha deciso di investire concretamente sulla città: la famiglia Ladisa. Gli attuali proprietari del Taranto calcio non sono arrivati in riva allo Ionio vendendo sogni o slogan. Sono stati chiamati, la scorsa estate, al capezzale di un calcio cittadino precipitato nell’incertezza e nelle categorie dilettantistiche. E hanno risposto presente. Con pragmatismo. Con investimenti veri. Con una visione industriale mai nascosta.
I Ladisa hanno sempre spiegato con chiarezza che il loro progetto non nasceva esclusivamente dalla passione calcistica, ma da una più ampia idea di sviluppo imprenditoriale collegata alla crescita del territorio e alla valorizzazione della futura impiantistica sportiva. Una posizione che, proprio perché sincera e trasparente, merita rispetto. Nessuna favola romantica, nessuna narrazione costruita ad arte: semplicemente imprenditori che vedono nello sport uno strumento di sviluppo economico e territoriale. E i fatti, fino ad oggi, sembrano dare loro ragione.
Per affrontare un campionato di Eccellenza regionale è stato costruito un progetto tecnico ed economico importante, con investimenti superiori a 1,2 milioni di euro. Una cifra fuori scala per la categoria, che dimostra volontà, programmazione e ambizione. Certo, qualche errore iniziale nella gestione sportiva c’è stato, come naturale che sia in una fase di ricostruzione complessa. Ma la squadra è rimasta competitiva, l’ambiente si è ricompattato e in città è tornato entusiasmo.
Soprattutto, i Ladisa hanno mantenuto una linea coerente: risultati sportivi sì, ma sempre all’interno di un progetto più ampio che vede nello Stadio Iacovone il centro nevralgico di un futuro sviluppo pubblico-privato. Un’idea presentata anche alla città e che, almeno inizialmente, sembrava condivisa dalla civica amministrazione.
Ed è qui che emergono le ombre. Perché nelle ultime settimane qualcosa sembra essersi incrinato. Quel clima di collaborazione e sinergia istituzionale che aveva caratterizzato la scorsa estate appare oggi notevolmente affievolito. Le interlocuzioni sarebbero diventate più complicate. Sedersi attorno a un tavolo per programmare il futuro dello Iacovone sembrerebbe improvvisamente difficile. Ed è inevitabile che questo generi preoccupazione.
La sensazione, sempre più diffusa negli ambienti vicini al progetto, è che l’amministrazione comunale stia rallentando rispetto alle aspettative iniziali e rispetto a quelle aperture, anche politiche, che avevano accompagnato l’arrivo della famiglia Ladisa in città. Nessuno parla di rottura definitiva, né tantomeno di scenari compromessi. Ma appare evidente un cambio di atteggiamento.
E il punto politico è proprio questo. Quando imprenditori decidono di investire risorse importanti in un territorio difficile, ciò che chiedono prima ancora delle agevolazioni economiche è chiarezza istituzionale. Regole certe. Visione condivisa. Continuità nei rapporti. Elementi indispensabili per programmare investimenti pluriennali.
I Ladisa, da quanto trapela, non avrebbero mai chiuso alla possibilità di una gestione condivisa dell’impianto. Al contrario, avrebbero manifestato disponibilità al dialogo e alla costruzione di un modello aperto. Ma proprio quel dialogo oggi sembrerebbe essersi complicato. E questo rischia di diventare un problema non soltanto per il Taranto calcio, ma per l’intero progetto di rilancio sportivo cittadino.
Perché il vero nodo non riguarda soltanto chi gestirà lo Iacovone. La questione è capire quale idea di sviluppo Taranto voglia realmente perseguire dopo i Giochi del Mediterraneo. Se gli impianti dovranno diventare motori permanenti di economia, eventi e occupazione oppure semplici cattedrali ristrutturate da inaugurare e fotografare.
La partita che si sta giocando oggi è tutta qui. Ed è una partita che richiede coraggio politico, chiarezza amministrativa e capacità di costruire alleanze solide con chi decide di investire seriamente sul territorio. Anche perché il rischio più grande sarebbe disperdere un patrimonio enorme di opportunità proprio sul più bello.
“Uniti si vince”, hanno sempre ripetuto i Ladisa sin dal loro arrivo. Ed è probabilmente questo il messaggio che oggi torna d’attualità. Perché i progetti ambiziosi possono nascere soltanto dove istituzioni e imprenditoria marciano nella stessa direzione. Quando invece iniziano diffidenze, frenate e passi indietro, il rischio è che a perdere non sia una proprietà calcistica, ma un’intera città.


