Gilberto D’Ignazio appartiene a quella generazione di ragazzi cresciuti a Paolo VI, uno dei quartieri simbolo della Taranto degli anni Ottanta. Figlio di un operaio dell’Italsider, cresce insieme ai suoi tre fratelli in una famiglia dove il sacrificio non era una parola da pronunciare, ma una condizione quotidiana. In quei cortili, tra palazzi di cemento e campi improvvisati, si imparava prima a cadere che a vincere. Il pallone era il passatempo, ma anche il sogno
Gilberto D’Ignazio, il ragazzo della periferia che conquistò il calcio senza mai dimenticare da dove veniva. Ci sono storie che non hanno bisogno di effetti speciali. Non servono proclami, interviste a effetto o una continua ricerca di visibilità. Sono storie che parlano da sole, attraverso i fatti. Quella di Gilberto D’Ignazio è una di queste.
E forse raccontarla oggi significa raccontare anche qualcosa di più grande: una Taranto che troppo spesso dimentica i propri figli migliori, preferendo celebrare l’effimero anziché custodire gli esempi autentici.
Gilberto D’Ignazio appartiene a quella generazione di ragazzi cresciuti a Paolo VI, uno dei quartieri simbolo della Taranto degli anni Ottanta. Figlio di un operaio dell’Italsider, cresce insieme ai suoi tre fratelli in una famiglia dove il sacrificio non era una parola da pronunciare, ma una condizione quotidiana. In quei cortili, tra palazzi di cemento e campi improvvisati, si imparava prima a cadere che a vincere. Il pallone era il passatempo, ma anche il sogno.
Come tanti ragazzi della sua età consegue un diploma da saldatore elettrico. Lavora, si rimbocca le maniche, senza mai abbandonare il calcio. Perché allora nessuno poteva permettersi il lusso di vivere di illusioni. Prima il dovere, poi la passione. Ma quella passione, lentamente, diventa mestiere.
Nella Primavera del Taranto mette in mostra qualità non comuni. Nando Veneranda lo osserva, ne apprezza la disciplina e la personalità e decide di aggregarlo alla prima squadra. Erano altri tempi. I giovani non avevano neppure diritto allo spogliatoio dei “grandi”: Gilberto si cambiava da solo, nello stanzone accanto. Nessuna lamentela. Nessuna rivendicazione. Soltanto silenzio e lavoro.
Un silenzio che sarebbe diventato il tratto distintivo del suo carattere. Perché D’Ignazio è sempre stato così: taciturno per scelta, poco incline alle parole, convinto che fosse il campo a dover parlare. Prima ascoltare, poi rispondere. Sempre con i fatti.
Il destino decide di metterlo subito alla prova. Il 21 dicembre 1986 il Taranto affronta il Bari nel derby più sentito della stagione. Chi è nato sulle due sponde della Puglia conosce il peso di quella rivalità. Non è una partita qualsiasi. È la partita.Veneranda affida la maglia da titolare a un ragazzo di appena diciotto anni. Gilberto non tradisce. Proprio all’esordio in Serie B segna il gol del pareggio. Un ragazzo della periferia che entra nel calcio professionistico dalla porta principale, nel giorno più difficile, contro il rivale di sempre.
Forse è proprio in quell’istante che comprende come il pallone possa trasformarsi da semplice passione nel lavoro di una vita. Da quel momento inizia una crescita continua. Gradino dopo gradino. Senza scorciatoie. Difensore esterno sinistro moderno, quando il ruolo imponeva soprattutto marcatura e sacrificio, D’Ignazio interpretava la fascia con generosità e coraggio. Correva instancabilmente da un’area all’altra, chiudeva gli spazi, recuperava palloni e, appena possibile, accompagnava l’azione offensiva. Era uno di quei giocatori che gli allenatori amano perché garantiscono affidabilità prima ancora dello spettacolo.
La carriera lo porta a vestire maglie importanti: Taranto, Vicenza, Udinese e Ancona. Colleziona 297 presenze tra i professionisti e realizza 10 reti. Vince campionati di Serie C e Serie B, ma il momento più alto arriva nella stagione 1996-1997. Con il Vicenza vive cinque stagioni di continua crescita, fino alla storica conquista della Coppa Italia. Un’impresa che rimane scolpita nella memoria del calcio italiano e che consacra una squadra costruita su organizzazione, umiltà e spirito di sacrificio. Esattamente le qualità che hanno sempre contraddistinto Gilberto.
Nel suo percorso incontra allenatori del calibro di Renzo Ulivieri, Francesco Guidolin, Alberto Zaccheroni e Giampiero Vitali. Da ciascuno assorbe qualcosa, senza mai pensare di essere arrivato. Perché la sua forza non è mai stata il talento da copertina, ma la straordinaria capacità di migliorarsi ogni giorno.
La carriera, tuttavia, non è fatta soltanto di successi. Gli infortuni rallentano la sua definitiva esplosione. Più volte il suo nome viene accostato anche all’Inter, ma il destino prende un’altra direzione. Eppure neppure il dolore riesce a fermarlo. Ogni stop diventa una sfida personale. Ogni rientro è una dimostrazione di volontà. La determinazione, ancora una volta, prevale sulle difficoltà.
Nel 2001 decide che è arrivato il momento di tornare a casa. Il calcio gli ha dato tanto, ma esiste qualcosa di ancora più importante: la famiglia. Padre di due figli, sceglie di mettere radici nella sua città. Finisce il tempo delle valigie sempre pronte, dei ritiri, degli alberghi, delle trasferte infinite. Inizia quello della serenità.
Ed è forse qui che la storia di Gilberto D’Ignazio diventa ancora più significativa. Perché avrebbe potuto vivere di ricordi. Invece ha scelto di continuare a lavorare in silenzio, mettendo l’esperienza accumulata al servizio dei più giovani. Senza cercare riflettori. Senza pretendere riconoscimenti. Trasmettendo semplicemente ciò che il calcio gli aveva insegnato: il rispetto, il sacrificio, la disciplina.
Eppure Taranto sembra aver dimenticato uno dei suoi esempi più autentici. In una città che troppo spesso fatica a premiare il merito, preferendo affidarsi a scelte anonime e mediocri, figure come quella di Gilberto D’Ignazio rischiano di passare inosservate. È un’occasione persa. Perché la crescita di una comunità passa anche dalla capacità di riconoscere chi può insegnare qualcosa ai più giovani.
La sua è una storia senza clamore. Non fatta di copertine, ma di coerenza. Non di slogan, ma di esempio. Forse è proprio questo il messaggio più bello. Che si può partire dalla polvere dei cortili di Paolo VI e arrivare a vincere una Coppa Italia senza mai perdere la propria identità.
Che si può diventare professionisti senza rinunciare all’umiltà. Che si può costruire una carriera importante restando uomini semplici. In un calcio sempre più rumoroso, la lezione di Gilberto D’Ignazio continua a essere sorprendentemente moderna.
E forse, oggi più di ieri, Taranto avrebbe bisogno di ricordarsi dei suoi uomini migliori. Le città non crescono soltanto costruendo stadi, piazze o palazzi. Crescono quando sanno riconoscere il valore delle proprie persone. Gilberto D’Ignazio non ha mai chiesto monumenti né celebrazioni. Ha fatto quello che ha sempre fatto: lavorare, imparare, insegnare. In silenzio. Forse è proprio questo silenzio, oggi, a fare più rumore di tante parole.


