La sfida mondiale sarà all’insegna della scuola latina. Della creatività calcistica. Albiceleste e Furie Rosse, una delle due nazionali salirà sul tetto del mondo
Argentina-Inghilterra 2-1: quando si smette di giocare, il calcio presenta il conto. Le semifinali dei Mondiali finiscono spesso per essere partite prigioniere della paura. Argentina e Inghilterra non hanno fatto eccezione. Per oltre un’ora si è assistito a un confronto più fisico che tecnico, più attento a non concedere che a costruire. Due squadre ordinate, entrambe schierate dietro la linea della palla in fase difensiva, con spazi ridotti al minimo e pochissime occasioni da rete. Una gara scorbutica, quasi sospettosa, dove l’equilibrio sembrava l’unico vero protagonista.
L’Inghilterra, fino a quel momento, aveva dato l’impressione di controllare la situazione con disciplina. Il vantaggio di Gordon, arrivato al 55′, al termine di una manovra ben costruita sulla fascia destra e conclusa anticipando una difesa argentina sorprendentemente distratta, sembrava persino coerente con quanto visto in campo. Un gol forse non inevitabile, ma certamente non immeritato. Da quel momento, però, la partita è cambiata completamente.
Il primo a sbagliare è stato Thomas Tuchel. Forte dell’uno a zero, il tecnico inglese ha scelto di rinunciare al calcio. Ha abbassato il baricentro della squadra fino al limite della propria area di rigore, consegnando volontariamente il possesso all’Argentina e trasformando gli ultimi trenta minuti in un lungo assedio. È una scelta che il calcio, quasi sempre, punisce. Difendersi è un’arte; smettere di giocare è un’altra cosa.
L’Argentina ha così trovato il terreno che fino ad allora non aveva avuto. E soprattutto ha ritrovato Lionel Messi. Il capitano argentino ha inizialmente cercato di scuotere i compagni muovendosi su tutto il fronte offensivo. Poi, comprendendo che gli spazi centrali erano quasi inesistenti, si è sistemato nella posizione che ormai gli appartiene da anni: largo sulla destra, libero di inventare. Da lì ha iniziato a distribuire una quantità impressionante di palloni giocabili, trasformandosi nel regista offensivo della rimonta.
Le occasioni si sono moltiplicate. Jordan Pickford ha difeso il vantaggio inglese con una serie di interventi di altissimo livello, opponendosi sia alle conclusioni ravvicinate sia ai tentativi dalla distanza. A completare il racconto sono arrivati anche due legni colpiti dagli attaccanti argentini. La sensazione era che la porta inglese fosse diventata stregata e che il pareggio fosse destinato a non arrivare mai.
Ma quando una squadra rinuncia completamente a uscire dalla propria metà campo, il tempo finisce inevitabilmente per diventare il suo peggior avversario. A cinque minuti dalla fine è stato ancora Messi a leggere la partita un attimo prima degli altri, servendo all’esterno dell’area Enzo Fernández. Il centrocampista argentino ha trovato il tempo e lo spazio per concludere con precisione, sorprendendo anche un Pickford fino a quel momento insuperabile.
Lo stadio, già colorato in larga maggioranza dall’entusiasmo argentino, è esploso. Da quel momento ogni schema è saltato. La partita è uscita definitivamente dalle lavagne tattiche per affidarsi all’istinto, alla qualità individuale e alle energie residue. In questo caos ordinato Lionel Scaloni ha avuto il merito di leggere meglio la gara. I cambi hanno aumentato il peso offensivo della squadra, mentre Messi è diventato semplicemente imprendibile.
Il capolavoro finale è arrivato nei minuti di recupero. Ancora una volta Messi ha trovato il tempo e la lucidità per servire un pallone perfetto a Lautaro Martínez. La difesa inglese, ormai esausta, allungata e priva di riferimenti, ha lasciato al capitano dell’Inter la libertà di colpire di testa e depositare in rete il gol che vale la finale mondiale.
Gli oltre undici minuti di recupero non hanno cambiato più nulla. L’Inghilterra, dopo aver trascorso mezz’ora soltanto a respingere palloni, non aveva più né energie né idee per reagire. Il giudizio finale nasce soprattutto dalle scelte.
Tuchel ha probabilmente commesso l’errore decisivo della partita: rinunciare al gioco con troppo anticipo. Una decisione che ha finito per mortificare il talento di una delle nazionali più complete del torneo, togliendo dalla scena calciatori come Harry Kane e Jude Bellingham, sacrificati in una resistenza che ha finito per assomigliare più a una resa che a una strategia.
L’Argentina, invece, ha avuto il merito di credere nella rimonta senza perdere lucidità. Ha costruito molte occasioni, ha mantenuto ordine anche nell’assalto finale e ha trovato nel proprio fuoriclasse la guida tecnica e morale di una vittoria meritata. Di Lionel Messi, ormai, resta sempre meno da aggiungere. Ogni partita sembra l’ultima occasione per pensare che il tempo possa raggiungerlo. Puntualmente accade il contrario. Cambiano gli avversari, cambiano i compagni, cambiano persino i Mondiali. Lui continua semplicemente a decidere le partite.
La finale sarà dunque Argentina-Spagna. Probabilmente le due squadre che, nell’arco dell’intera competizione, hanno espresso il calcio più convincente e dimostrato di meritare l’ultimo atto del Mondiale. Perché il calcio, alla fine, sa essere semplice: puoi difendere un risultato, ma non puoi difenderti dal gioco. Prima o poi, il gioco presenta sempre il conto.


