Il Taranto non ha fallito per mancanza di risorse. Ha fallito perché i Ladisa non hanno costruito un sistema. Nel calcio, improvvisazione e sovrapposizione di ruoli si pagano. Le scelte devono essere tecniche, i controlli rigorosi (anche medici, prima dei tesseramenti), le gerarchie limpide. L’organizzazione non può essere opzionale. Taranto è una piazza che non si accontenta di slogan. Pretende competenza, presenza, progettualità
Taranto, il fallimento di un’ambizione solo annunciata. La stagione del Taranto non è stata semplicemente deludente. È stata la dimostrazione plastica di come nel calcio il denaro, da solo, non basti.
I fratelli Ladisa non possono essere accusati di scarsa disponibilità economica: il budget destinato all’area tecnica e alla squadra è superiore alla media della categoria. Ma proprio questo dato rende il risultato sportivo ancora più grave. Perché quando spendi di più e ottieni meno, il problema non è il mercato: è il metodo.
L’illusione della struttura
Da imprenditori di comprovato successo ci si attendeva una società organizzata in modo moderno, con ruoli chiari, competenze definite, filiera decisionale lineare. Invece il Taranto ha dato spesso l’impressione di un cantiere aperto, senza un vero direttore dei lavori.
Settori fondamentali come segreteria, sede operativa, area sanitaria non hanno mai trasmesso l’idea di una macchina perfettamente oliata. Anche dettagli tutt’altro che marginali, come l’assenza del medico al seguito della squadra in trasferta, raccontano una distanza tra ambizione dichiarata e standard effettivi. Il calcio non è un ramo accessorio dell’industria. È un sistema complesso, che richiede competenze verticali. E Taranto non è una piazza da gestione intermittente o “a distanza”.
Continuità zero
La parola “continuità” è rimasta estranea all’intera stagione. Il direttore sportivo Riccardo Di Bari è stato il primo a pagare. Poi è toccato all’allenatore Ciro Danucci, esonerato in un contesto reso ancor più complesso dalla convivenza gestionale con Francesco Bitetto, figura di riferimento dei Ladisa voluto nell’area tecnica. Una sovrapposizione di ruoli che, anziché rafforzare, ha generato confusione.
Nel frattempo, lo stesso Vito Ladisa, inizialmente molto esposto e autoindividuatosi come presidente, ha progressivamente ridotto la propria presenza pubblica. Anche questo è un segnale: quando la linea di comando arretra nei momenti difficili, l’ambiente percepisce incertezza.
Il mercato delle illusioni
Nel tentativo di correggere la rotta, è arrivato Nicola Loiodice, operazione ad alto impatto mediatico e a costi importanti. Una scelta che ha acceso l’entusiasmo della piazza, ma non ha modificato in modo sostanziale il rendimento della squadra. Impegno sì, salto di qualità no. Poi il ribaltone: Danilo Pagni come nuovo diesse, Luigi Panarelli in panchina al posto di Danucci. Squadra smontata e rimontata come un puzzle senza disegno finale.
Trombino, Sante Russo, Zampa, Rizzo, Incerti: innesti che non hanno inciso come desiderato. C’è chi è arrivato fuori condizione, chi ha faticato ad ambientarsi, chi è stato limitato da problemi fisici. Ma quando tanti acquisti non rendono, la responsabilità non può essere solo individuale: è di chi li sceglie e li inserisce in un contesto instabile. Panarelli ha pagato per tutti.
Tra i “senatori”, Aguilera è rimasto ai margini per infortuni; Derosa e Delvino hanno vissuto una stagione opaca e discontinua. Di Paolantonio non è più quello di qualche campionato addietro. Gli altri sono semplici comprimari. In porta, dopo 31 giornate, nessuna gerarchia definita: un’alternanza continua che ha impedito di costruire sicurezza.
Le poche certezze
Le note positive si contano sulle dita di una mano: Losavio, Guastamacchia, Vukojae Hadziosmanovic hanno offerto rendimento e affidabilità. Troppo poco, però, per sostenere una rincorsa seria. Il ritorno di Danucci ha restituito un minimo di equilibrio, ma la forbice dalla vetta è sempre allargata. E nel calcio, i numeri sono spietati.
Aggrappati alle combinazioni
Oggi le speranze passano dall’eventuale percorso del Bisceglie nella fase nazionale di Coppa. Affidarsi ai risultati altrui per alimentare ambizioni proprie è, però, il segnale più evidente di una stagione fuori controllo.
Il capitolo Iacovone: silenzi pesanti
Sullo sfondo resta lo Stadio Erasmo Iacovone, in ristrutturazione per i Giochi del Mediterraneo 2026. La proprietà aveva manifestato interesse per la gestione dell’impianto e per la realizzazione di una cittadella dello sport, parlando di investimenti significativi. Ma dopo gli annunci iniziali, il silenzio. Nessuna comunicazione strutturata, nessun dettaglio sul coinvolgimento diretto del club. Anche qui, il copione si ripete: dichiarazioni forti, sviluppi poco chiari.
Il punto vero
Il Taranto non ha fallito per mancanza di risorse. Ha fallito perché i Ladisa non hanno costruito un sistema. Nel calcio, improvvisazione e sovrapposizione di ruoli si pagano. Le scelte devono essere tecniche, i controlli rigorosi (anche medici, prima dei tesseramenti), le gerarchie limpide. L’organizzazione non può essere opzionale.
Taranto è una piazza che non si accontenta di slogan. Pretende competenza, presenza, progettualità. Se i fratelli Ladisa vorranno rilanciare davvero, dovranno fare ciò che finora è mancato: costruire una struttura funzionale, all’avanguardia e fare un passo indietro rispetto alla gestione delle dinamiche tecniche. Perché nel calcio, a differenza dell’impresa tradizionale, l’autorevolezza non si acquista con il capitale. Si conquista con le scelte giuste. E con la continuità.


