La figlia Anita racconta il padre, lungimirante imprenditore con lo sport nel sangue, tragicamente scomparso il 14 maggio 2012. «Amava Taranto in modo viscerale» e ancora: «Con orgoglio ricordo che è stato l’ultimo presidente a portare in B la squadra rossoblù».
Un incidente stradale, il 14 maggio 2012, portò via ai famigliari un padre esemplare e alla città di Taranto un imprenditore capace e che si era consacrato allo sport.Donato Carelli gettò anima e corpo in qualunque iniziativa sportiva intendesse intraprendere. Non a caso ebbe l’intuizione, appena 35enne, di far nascere l’ippodromo Paolo Sesto nel 1974. Fu anche presidente della società pugilistica Quero-Chilorio e infine decise di approdare nel calcio diventando numero uno del Taranto in momenti differenti, nella stagione 1979-80 (allora As Taranto) e nel quadriennio 1989-93 (Taranto Football Club).
Un uomo polivalente, che sua figlia Anita ci racconta cosi: «Per mio padre – afferma – lo sport era tutto. Verso il pugilato e i cavalli aveva un amore particolare. Il calcio, invece, è stata una sfida che ha vinto, perché è stato l’ultimo dei presidenti a portare il Taranto in B».Una sfida generata da un’esigenza specifica: «dare alla città che amava con tutto sé stesso una squadra forte e rispettata», riprende Anita Carelli, che prosegue: «Raggiunse il prestigioso obiettivo della promozione in Serie B alla prima stagione della sua gestione». I ricordi della secondogenita di casa Carelli sulle due esperienze paterne al timone della club rossoblù sono condizionati dell’età: «Quando nel 1979 rilevò la società dal presidente Fico ero troppo piccola. Diversamente – afferma – ricordo benissimo quando nel 1989 la riprese e la gioia per la conquista della B. È stata una delle sue più grandi soddisfazioni». Durante il quadriennio di presidenza, Carelli profuse il massimo sforzo sotto ogni profilo, anche economico. Purtroppo la gestione si concluse con la retrocessione in C e la ripartenza dal Campionato Nazionale Dilettanti. Chissà se fosse stato possibile evitare quella conclusione, magari con qualche consiglio differente: «In qualche modo – riprende Anita Carelli – bisogna pur fidarsi di qualcuno. Magari avrebbe potuto scegliere meglio, così come avrebbe potuto scegliere peggio. La storia non si può cambiare e le cose sono andate così. Credo che ciò che quanto accaduto non sia tanto dovuto a una cattiva amministrazione, quanto alla volontà specifica di qualcuno».
Carelli è stato un uomo che è andato sempre avanti per la sua strada con garbo, ma con decisione: «Credo che – continua la figlia Anita – difficilmente abbia avuto dubbi sulle sue azioni o si sia rimproverato qualcosa. Certo nessuno di noi è infallibile, ma lui una volta presa una decisione l’ha sempre portata avanti senza pentirsi».Adorava la città e lo sport e conosceva la cultura della sconfitta: «Mio padre era uno sportivo, sapeva accettare le sconfitte del Taranto, così come sapeva gioire delle vittorie. Ciò, naturalmente, valeva anche per il pugilato e l’ippica». Il suo amore per lo sport ha radici che affondano lontane nel tempo e con naturalezza è riuscito a tramandarlo: «Diceva sempre che il lavoro e lo sport fossero – continua – l’orologio biologico di una vita sana. Lo sport faceva parte del suo dna e fortunatamente ci ha trasmesso questa passione».
Lo sport riempiva la sua vita, ma fu anche presidente di Confindustria Taranto dal 1989 al 1994. Eppure trovava sempre il tempo da dedicare alla famiglia: «È stato un padre spettacolare e ci rispettava come figlie e come donne. È stato un uomo molto impegnato, vero, ma è riuscito a essere un grande genitore e un ottimo marito: lui e mia madre erano complici in tutto e hanno saputo dividersi i compiti». Qual è stata l’ultima cosa che le ha detto suo padre? «Domenica 13 maggio 2012 mio padre ebbe un incidente a Caianello e – conclude Anita Carelli – lo portarono in ospedale a Caianello in codice verde. Anche lunedì mattina lo chiamai e mi disse: “vorrebbero dimettermi stasera, ma è meglio lo facciano domani”. Io gli risposi che sarei andato a prenderlo il giorno dopo. È stato il nostro ultimo dialogo avvenuto alle 16.45, poi tre ore dopo venne meno. Chi stava con lui, nella stanza dell’ospedale, mi ha poi raccontato che fosse anche di buon umore, invece purtroppo le cose sono andate diversamente».
foto grafmoweb2008